Un biglietto cucito nei jeans contro la nostra indifferenza

Un biglietto cucito nei jeans contro la nostra indifferenza

È notizia di qualche giorno fa che una signora irlandese abbia trovato, cucito all’interno di un paio di pantaloni, un messaggio: il testo era in cine...

È notizia di qualche giorno fa che una signora irlandese abbia trovato, cucito all’interno di un paio di pantaloni, un messaggio: il testo era in cinese ma le prime tre allarmanti parole “SOS! SOS! SOS!” hanno portato l’irlandese Karen Wisinska a cercarne la traduzione.
Affidandoci all’Huffington Post, il testo del biglietto è il seguente:

“Siamo detenuti nella prigione Xiangnan di Hubei, in Cina. Da molto tempo lavoriamo in carcere per produrre abbigliamento per l’esportazione. Ci fanno fare turni da 15 ore al giorno. Quello che ci danno da mangiare è perfino peggio di quello che si darebbe a un cane o a un maiale. Siamo tenuti ai lavori forzati come animali, usati come buoi o cavalli. Chiediamo alla comunità internazionale di condannare la Cina per questo trattamento disumano”

Tutti noi siamo ben consapevoli degli sfruttamenti che avvengono alle periferie del globo, ma a volte abbiamo bisogno di queste notizie per darci uno scossone e per recuperare la nostra indignazione.
Ma una notizia del genere è sufficiente? Lavorare 15 ore vuol dire trovarsi di fronte alla scelta tra dormire oppure passare tempo con la famiglia: come possiamo noi giovani capire cosa significa trovarsi in una situazione del genere, come possiamo capire come dove sta la soluzione?
Se la Storia del ‘68 che abbiamo studiato a scuola, se lo Statuto dei lavoratori del 1970, se ciò che hanno vissuto i nostri nonni e genitori ha per noi senso, è da lì che dobbiamo partire. È la Nostra storia non ci permette di stare in panciolle.
Non possiamo ignorare le vicende dell’Asia, dell’Africa o del Sud America, ed il messaggio dell’operaio cinese è rivolto all’indifferenza di ciascuno di noi, al nostro voltare lo sguardo per non rischiare di intristirci la giornata.
Queste però sono le grandi questioni che trovano un senso profondo quando guardiamo alle nostre di periferie: ai morti nelle fabbriche-prigione a Prato, al bivio tra la salute o il lavoro all’Ilva, allo sfruttamento dei lavoratori italiani ed immigrati da parte delle organizzazioni criminali.
In Italia non siamo al sicuro dagli abusi, dal lavoro in nero, dall’insicurezza sul lavoro; eppure abbiamo anche una bellissima Costituzione che ci assicura che non saremo lasciati soli.

Art. 35.
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.

[…]

Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Con una costituzione così come possiamo restare indifferenti?

 

Un articolo di Michele Ceraolo,
responsabile lavoro dei Giovani Democratici Toscana

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