Tappa 8. Il caso Brexit e l’Europa che sarà

Tappa 8. Il caso Brexit e l’Europa che sarà

Le ripercussioni internazionali della Brexit Di quanti significati si può caricare un esito referendario? In ogni caso molti, nel caso della Brexit pr...

Le ripercussioni internazionali della Brexit

Di quanti significati si può caricare un esito referendario? In ogni caso molti, nel caso della Brexit probabilmente ancora di più. L’esito del referendum porta fuori dall’Unione Europea  una delle maggiori potenze economiche continentali e mondiali. Sicuramente un evento epocale; mai nessuno Stato aveva mostrato la reversibilità dell’integrazione europea. Ed in un mondo così altamente interconnesso l’instabilità generata da un evento del genere non può rimanere limitata al Regno Unito e all’Unione Europea ma si porterà dietro reazioni globali. Come quando tiriamo un sasso in uno stagno, le onde concentriche che si creano coinvolgono una superficie molto più ampia rispetto a dove questo cade.

E allora usando la metafora del sasso e dello stagno occorre iniziare dall’epicentro. E l’epicentro è Londra, o la City. La capitale del Regno ha votato con buona maggioranza per il RemaIn rimarcando ancora di più la distanza con una “Little England” più povera e rurale, spaventata dall’immigrazione che ha scelto invece l’identità locale e il protezionismo.

Tutti coloro che sono stati a Londra credo si siano accorti della presenza di questa città nella città (la City, appunto), fatta di grattacieli di vetro e di decine di migliaia di persone che vi si muovono dentro, che è altra cosa rispetto al resto di Londra, figurarsi rispetto al resto dell’Inghilterra. Molti analisti, anche nei giorni precedenti al referendum, mettevano in guardia proprio da questo; che nell’Inghilterra desertificata dalle politiche Thatcheriane, dove anche le grosse realtà industriali tendono a sparire prosciugate dalla iperglobalizzata finanza londinese il voto su Brexit sarebbe potuto apparire come un voto dato anche contro un modello di sviluppo.

Allargando il cerchio, quello che colpisce è l’effetto disgregatore che questo voto potrebbe avere sul Regno Unito stesso. I risultati elettorali hanno mostrato come Scozia e Irlanda del Nord abbiamo scelto con forza l’Unione Europea. Nel breve termine la riapertura della questione scozzese è inevitabile. L’indipendenza della Scozia era stata bocciata a fronte anche di un Regno Unito all’interno della UE. Come potrebbe concludersi un nuovo referendum per l’Indipendenza, tenendo conto della Brexit? Potrebbe però riaprirsi anche una questione irlandese, mai del tutto tramontata e che potrebbe minare la fragile pacificazione del lembo britannico dell’isola.

Il dibattito a livello europeo invece è quello che fino ad adesso ha tenuto più banco, e non potrebbe essere altrimenti. Quale sarà il futuro dell’Unione Europea?  Si parta dal fatto che la più grande crisi economica dal dopoguerra aveva già ampiamente mostrato tutte le contraddizioni interne all’UE. Dalle accuse reciproche fra gli stati “cicala” del Sud e le virtuose “formiche” del Nord, alla gestione delle varie crisi che si sono succedute (Ucraina, Grecia, Nord-Africa e Medio Oriente) le risposte degli Stati membri sono state nel segno del ritorno di egoismi e nazionalismi con decisioni assunte nella maggior parte dei casi a livello nazionale. La costruzione di muri e barriere, sospensioni di Schengen e accordi sui migranti sono state il massimo delle risposte che l’Unione Europea è riuscita a dare. L’uscita del Regno Unito può essere quel brusco risveglio che può dare nuovo slancio al progetto europeo(?). Il risultato del Brexit infatti sconvolge irreversibilmente l’Unione Europea. E questo non solo perché il Regno Unito se ne va.  D’altra parte sulla strada della costruzione europea Londra è sempre stata più un ostacolo che una risorsa. Non è mai stato troppo chiaro cosa contasse di più per Londra fra la membership dell’UE o la special relationship con gli Stati Uniti.

Ma anche perché il vero problema per le istituzioni europee è che l’esempio del Regno Unito diventi contagioso per altri Stati membri. Per evitare questo, le elite politiche europee non possono più rimandare la nascita di un’Europa sociale e del welfare. Sembra un paradosso, ma nel momento più difficile della breve vita delle istituzioni europee, queste, assieme ai governi degli Stati membri, devono rilanciare il processo di integrazione e costruire finalmente un’Unione Europea sociale e dei cittadini. Il momento delle non scelte è bruscamente finito, e se non ce ne accorgiamo potrebbe concludersi anche il sogno europeo.

In questo processo vi è anche spazio per il nostro Paese, tutto sta nella volontà di prenderselo. L’uscita del Regno Unito infatti, sconvolge anche gli equilibri fra le potenze europee. Come scrive molto bene la rivista Limes, dopo la Brexit si riapre per la Francia la secolare questione tedesca. Parigi, storicamente, ha sempre cercato di limitare l’egemonia tedesca sul continente europeo, spesso aiutata in questo anche dal Regno Unito stesso. Venendo meno quest’ultimo,  viene meno un’importante contrappeso. L’Italia, sempre molto legata ai contesti multilaterali e sovranazionali può e deve inserirsi in questo spazio, evitando al contempo un ripiego nazionalista della Francia, che sarebbe un’ulteriore mazzata per il processo di integrazione europea, e garantendo il proprio interesse nazionale, tutelato più che per altri paesi, dalla sopravvivenza e dallo sviluppo dell’Unione Europea.

Passando ad un orizzonte globale sono da evidenziare le reazioni di due attori fondamentali come Stati Uniti e Cina. L’amministrazione statunitense ha accolto negativamente il Brexit. Il Regno Unito rappresentava una testa di ponte importante per gli USA in Europa. Un alleato sia in termini commerciali che politici. Sarà stata un caso la dichiarazione di Valls sull’impossibilità di un accordo sul TTIP? Ma quello che spaventa a lungo termine la potenza americana è l’effetto domino che la Brexit potrebbe scatenare fino a  portare alla disintegrazione l’intero spazio comunitario. Scenario assai temuto, visto la maggiore semplicità nel trattare  con un attore unico piuttosto che con una pluralità di Stati nazionali. Cosi come in effetti è stato storicamente dal Piano Marshall in poi.

Gli interessi cinesi in questa partita era quasi esclusivamente finanziari. Il colosso asiatico è infatti impegnato nell’internazionalizzazione della propria moneta, lo yuan. In quest’ottica Londra era diventata il secondo centro più importante dopo Hong Kong per la vendita di yuan. L’internazionalizzazione della propria moneta infatti consentirebbe  alla Cina di diventare una potenza anche dal punto di vista finanziario. Questo rappresenterebbe anche il volano della politica cinese che condurrebbe alla tripartizione tra dollaro, euro e yuan del primato valutario globale e alla divisione del mondo in tre blocchi commerciali. Dopo la Brexit Londra potrebbe anche non essere più la piattaforma ideale della Cina.

In conclusione bisogna dire che i prossimi mesi saranno fondamentali per capire dove andrà il mondo. Siamo da tempo dentro una svolta epocale, e la Brexit probabilmente ha funzionato molto bene come acceleratore. Di campanelli d’allarme ne avevamo in abbondanza anche prima, certo è che molti sono stati inascoltati o sottovalutati. Non credo si possa slegare il risultato della Brexit dalla situazione politica e sociale che l’Europa sta vivendo dall’inizio della crisi ad oggi. Dovevamo agire prima? Sicuramente. Pensare esclusivamente alla salvaguardia dei conti pubblici senza affrontare il disagio sociale che nel frattempo dilagava in parte dell’Unione è stato un errore. Occorre cambiare direzione; il mondo come si è visto ci sta osservando.  Adesso non gettiamo al vento l’ultima possibilità.

Francesco Piacente

segretario GD Calenzano

 

 

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