Tappa 5. Il caso Brexit e l’Europa che sarà

Tappa 5. Il caso Brexit e l’Europa che sarà

“E VISSERO PER SEMPRE SOVRANI E SCONTENTI” A pochi giorni dal fatidico 23 giugno ciò che sembrava sicuro, ovvero l’uscita del Regno Unito dall&#...

“E VISSERO PER SEMPRE SOVRANI E SCONTENTI”

A pochi giorni dal fatidico 23 giugno ciò che sembrava sicuro, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’UE, sembra, in parte, rimesso in discussione. Certo Juncker ha chiesto una rapida uscita dell’UK rispettando il termine di 2 anni previsto dall’ormai famoso Art. 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE). E certamente dopo la sconfitta, Cameron ha ritenuto opportuno “lasciare che sia un altro il capitano che traghetterà la nave in queste acque”. Ma i britannici (anche chi ha sposato la causa del Leave), non sembrano ansiosi di riappropriarsi della loro agognata sovranità chiedendo tempi maggiormente dilazionati.

 

Le conseguenze politiche interne sarebbero, infatti, potenzialmente esplosive. E’ evidente come il voto sia stato omogeneo per aree territoriali e fasce d’età. Scozia, Irlanda del Nord e la City hanno espresso nettamente la loro volontà di Remain. Uscire significherebbe quindi malcontento della Capitale ma, soprattutto, smembramento del Regno che, per la prima volta dal 1707, potrebbe non definirsi più unito. La reazione di Londra all’esito del referendum è stata forte ed ha spinto molti cittadini a sottoscrivere una petizione per una Londra indipendente ed europea. E’ costituzionalmente impossibile che la Capitale possa autoproclamarsi indipendente. Ma se questo vale per la City lo stesso non può essere detto per Scozia e Ulster, legato a doppiofilo all’economia irlandese più che a quella inglese. Sturgeon, la primo ministro scozzese, ha già affermato che chiederà agli Scots Deputy di non ratificare il referendum. E’ chiaro che la volontà sia quella di stabilire un vero e proprio braccio di ferro con Westminster. Il parlamento scozzese non ha nessuna competenza in materia di politica estera ed è quindi improbabile che una mancata ratifica possa avere un valore legale. Ma uno scontro diretto porterebbe ad un nuovo referendum per l’indipendenza che, questa volta, potrebbe avere un esito molto diverso dal 2014.

A questo va aggiunto che in tutto il Regno Unito le fasce più giovani della popolazione hanno, in larga parte, espresso il proprio sostegno al Bremain. Un’uscita potrebbe quindi provocare l’esodo dei giovani tra i 18 ai 24 anni, privando l’economia britannica della fascia più produttiva della popolazione.

Insomma, l’uscita della Gran Bretagna non è affatto scontata considerando che questi effetti devastanti potrebbero convincere il Parlamento di Westminster a non ratificare il referendum visto anche il minimo scarto con cui il Leave ha prevalso.

In ogni caso, gli scenari che si aprono in caso di uscita effettiva della Gran Bretagna dall’Unione Europea sono molteplici. Il Regno Unito diventerà un semplice Stato terzo? Poco probabile che possa essere questa la soluzione visti i profondi legami politici ed economici tra Unione Europea e Gran Bretagna. Tutto dipenderà dalle trattative, ma è ben difficile pensare al mantenimento della libera circolazione delle merci senza che Londra ceda su quella delle persone. La conclusione maggiormente auspicabile sarebbe dunque quella di preservare relazioni tra UE e UK nell’ambito di un accordo di libero scambio che comprenda, non soltanto beni e servizi, ma anche persone.

Al di là di quelli che saranno i risultati delle trattative la domanda principale è: che peso avrà l’uscita della Gran Bretagna sul processo di integrazione europea? Molti leggono la Brexit come l’inizio della fine, una sorta di Armageddon europeo, l’innesco di un inarrestabile processo di dissoluzione dell’Europa. Ritengo invece sia piuttosto un’opportunità, quella spinta propulsiva in grado di dare inizio ad un processo di rifondazione dell’Unione europea. I cittadini la avvertono come distante, di ostacolo, un insieme di burocrazia e tecnocrazia. Il Presidente del Consiglio chiede una nuova Ventotene. Forse, molto più concretamente, c’è bisogno di una riforma dei trattati fondativi dell’UE che avvicini questa Europa a quella sognata dai padri fondatori. C’è bisogno di rendere l’UE indispensabile per i propri cittadini e per farlo non si può che procedere verso una maggiore integrazione. Il risultato è una semplificazione delle istituzioni europee in primis, così da ridurre l’ormai noto deficit democratico. Ma ad un cambiamento strutturale deve coinciderne uno ancora più radicale capace di trasformare la natura stessa dell’Unione. Potrà sembrare assurdo, ma prima della cessione di nuove sfere di sovranità all’UE da parte degli Stati membri, è necessario rendere il bilancio dell’Unione autonomo dai contributi di questi ultimi. Bilancio autonomo significa porre le basi per la creazione di un’Europa politica (e non solo economica) e che sia percepita dai cittadini come un ente autonomo e non una semplice emanazione degli Stati membri. L’uscita della Gran Bretagna potrebbe paradossalmente accelerare questo processo spingendo i paesi maggiormente europeisti a compiere scelte audaci.

Il Regno Unito potrà dire di vivere “sovrano e scontento”, l’Europa potrà dire di essere finalmente quella patria che i padri fondatori sognavano.

Beatrice Ferrucci

Responsabile Europa Gd Pisa

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