Tappa 2. Il caso Brexit e l’Europa che sarà

Tappa 2. Il caso Brexit e l’Europa che sarà

“La democrazia è una cosa seria”   La democrazia è la peggiore forma di governo, ad eccezione di quelle che sono state sperimentate prima di essa, dic...

“La democrazia è una cosa seria”

 

La democrazia è la peggiore forma di governo, ad eccezione di quelle che sono state sperimentate prima di essa, diceva Winston Churchill.  E probabilmente aveva ragione.  Il problema vero della democrazia è che è un meccanismo molto fragile, fatto di ingranaggi delicati che facilmente si guastano e si inceppano.

 

In Europa si parla da molto – e sono stati proprio i Giovani Federalisti Europei a coniare la definizione – di deficit democratico, volendo dire con questo che spesso le decisioni sono troppo burocratiche, tecniche, immaginate e rese incomprensibili ai più dal quel mostro mitologico che è la burocrazia di Bruxelles (una parentesi: i burocrati delle Istituzioni europee sono meno dei dipendenti del Comune di Roma). Il vero problema del deficit democratico in Europa probabilmente consiste nel fatto che abbiamo sovvertito la teoria della divisione dei poteri, relegando all’unica Istituzione eletta a suffragio universale dai cittadini europei pochi poteri. Basti pensare che il potere legislativo è “condiviso” dal Parlamento europeo con la Commissione.

 

Le decisioni importanti per il futuro dell’Europa fino a prima del 23 giugno erano sempre state prese nei vertici dei Capi di Stato e di Governo, in quelle riunioni a porte chiuse, alla fine delle quali si dice sempre “Ce lo chiede l’Europa”. Il 23 giugno invece i sudditi di Sua Maestà sono stati chiamati ad esprimersi direttamente, uno ad uno, sulla loro permanenza o meno in Europa.  La campagna elettorale è stata molto dura e la tensione tra le vie di Londra in queste ultime settimane era palpabile. E in questa giornata che rimarrà segnata nella storia d’Europa è successo quello che nessuno credeva fosse davvero possibile: un Paese ha detto di voler uscire dall’Unione. È un caso senza precedenti.  Fino ad ora era capitato solo che arrivassero richieste di adesione, al punto da sei eravamo diventati ventotto, e mai di secessione. La comunicazione dell’esito del referendum sulla Brexit è arrivata come un fulmine a ciel (non troppo) sereno: nonostante la nostra Europa sia da tempo in preda alle difficoltà nessuno in verità si aspettava la vittoria del Leave: non se l’aspettavano i mercati, i giornalisti,  i politici europei (e nemmeno forse quelli britannici), non se l’aspettavano la Merkel, Holland e Renzi,  e soprattutto non se l’aspettavano i cittadini inglesi.  E non se l’aspettavano al punto che in molti vorrebbero rivotare.  La petizione on-line per ripetere il referendum ha raggiunto milioni di firme in pochissimo tempo, i giornali britannici riportano le interviste di molti che si dichiarano pentiti di avere votato per il leave, la Scozia sta manifestando di voler rimanere in tutti i modi nell’UE e soprattutto Cameron – e con lui Boris Johnson – tergiversa e sembra intenzionato ad aspettare a far pervenire la richiesta ufficiale alle Istituzioni europee.

 

Purtroppo però, per quanto sia un meccanismo delicato, la democrazia è una cosa seria. Ed è per questo che sarebbe un errore ripetere la votazione o non tenere conto dell’esito referendario.  Farsi trascinare dalla propaganda populista è un rischio intrinseco alla democrazia, come pure il rischio che il cittadino si informi solo dopo aver esercitato il proprio diritto di voto, come hanno fatto in così tanti in quest’occasione che la domanda più googolata il giorno dopo era “cosa significa uscire dall’Unione Europea?”. Ma un rischio ancora più grande sarebbe quello di invalidare il voto, perché la gente non era informata o perché si è lasciata abbindolare da promesse smentite in diretta nazionale nello spazio di qualche ora.  Semplicemente perché chiunque un domani potrebbe usare questi argomenti come scuse contro la democrazia o contro un voto sancito democraticamente.

 

La cosa più triste è il dato sul voto dei giovani. Non perché i “vecchi” avrebbero deciso per loro, tarpando le ali alla generazione Erasmus, ma perché purtroppo proprio quella generazione non è andata a votare. Meno di quattro giovani britannici su dieci si sono presi la briga di dire la loro sull’Europa e sul loro futuro, di esprimersi sulla possibilità di muoversi, studiare e lavorare in Europa, lasciando che dei loro viaggi, dei loro Erasmus e delle loro esperienze all’estero decidesse qualcun altro.

 

La Gran Bretagna all’indomani del referendum sulla Brexit si è risvegliata a metà incredula e a metà razzista: ovunque, nelle scuole, per strada, nei supermercati, si sono registrati orribili episodi di convinti sostenitori del Leave che intima vano agli immigrati di ritornarsene a casa “perché abbiamo vinto noi!”. Come se nessuno fosse libero di scegliere dove sia casa propria o dove sentirsi a casa, che era proprio il bello che eravamo riusciti a capire in Europa.

 

L’Europa, da parte sua, all’indomani del voto si è svegliata sapendo che non sarebbe stata mai più la stessa e che probabilmente è arrivato il momento di mettersi davvero in discussione.  L’addio della Gran Bretagna è un colpo più duro della crisi economica, delle trattative tra la Grecia e la Troika, dell’accordo con la Turchia sui migranti e i rifugiati.  È il segno tangibile e doloroso del fatto che per quanto il processo di integrazione europea sia stato il più importante percorso di costruzione di pace e di democrazia della storia, oggi esso non è più sufficiente così com’è a dare le risposte politiche che i cittadini si aspettano. L’UE vive dei meriti del suo passato e non riesce a guardare al futuro, perché rimane ancorAta agli egoismi degli Stati e alla paura di diventare quello che sarebbe dovuta diventare già da tempo: una Federazione.

Il treno è ad un bivio: l’Inghilterra è scesa all’ultima fermata e noi dobbiamo decidere se vogliamo continuare a fare avanti e indietro sulla stessa tratta o scegliere una nuova destinazione.  Io spero che sceglieremo di proseguire il viaggio!

Federica Martiny

Presidente GFE Toscana

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