Tappa 1. Il caso Brexit e l’Europa che sarà.

Tappa 1. Il caso Brexit e l’Europa che sarà.

Il Sogno Europeo muore se non parla ai più deboli “So many theories so many profecies, what we do need is a change o ideas. When we are scared we can ...

Il Sogno Europeo muore se non parla ai più deboli

“So many theories so many profecies,

what we do need is a change o ideas.

When we are scared we can hide in our reveries,

but what we need is a change of ideas”

(Greg Graffin)

 

Alla fine, quello che non doveva succedere è successo. A seguito del referendum del 23 Giugno, il popolo britannico ha scelto di lasciare l’Unione Europea. Ad essere puntigliosi, il popolo britannico ha scelto di dare mandato al proprio governo di negoziare con l’Unione Europea la propria uscita. Proprio per questo, e per i moltissimi legami di tipo giuridico ed economico che vincolano il Regno Unito al Vecchio continente, sul futuro più prossimo, così come su quello di medio periodo, aleggia l’incertezza più totale. Incertezza che ha già provocato, e sicuramente continuerà a provocare una forte instabilità economico-finanziaria destinata ad incidere notevolmente sia sul Regno Unito che sul resto dell’Unione.

 

In momenti come questo, si sa, scatta più puntuale che mai la corsa a trovare un colpevole o un capro espiatorio a cui poter additare le colpe di ciò che è successo. Bersaglio preferito in questo caso sembrano essere le generazioni più anziane. A quanto dicono i primi dati infatti queste ultime, a differenza della grande maggioranza dei giovani, ha votato a favore dell’uscita del Regno Unito, tradendo in questo modo, secondo una versione molto diffusa nelle ore successive all’uscita dei risultati, i propri nipoti e le loro speranze per il futuro. Altro bersaglio di una facile semplificazione post voto sembrano essere gli elettori stessi, rei di essere sempre più stupidi e ignoranti rispetto al prossimo e dunque non meritori del diritto di voto.

 

Al di là di quelle che possono essere giudizi sommari e valutazioni pseudo-fasciste, sembra più equilibrato optare per un concorso di colpe. Un concorso di colpe che tuttavia vede nelle élites politiche, sia britanniche che europee, i principali imputati. Sicuramente il Premier Cameron ha giocato un ruolo importante nel portare il proprio paese nella situazione di dover decidere con un “si” o con un “no” su una questione di così ampia portata storica. Assolutamente suicida è stata inoltre la scelta di risolvere una questione prettamente interna al proprio partito su un tema tanto vasto e delicato per il proprio popolo.

 

Esenti da colpe non sono nemmeno le élites europee, ree di aver gestito in maniera scellerata il rapporto con la Gran Bretagna e le trattative per un nuovo accordo. Quella che è passata è stata un’impressione distorta e sbagliata dell’appartenenza all’Unione. Un’Unione per lo più à la carte, dove chiunque abbia un minimo di peso politico può contrattare un accordo al ribasso. Un’Unione i cui vantaggi erano i “rebate” che si riuscivano a portare a casa, non i guadagni derivanti dall’appartenenza stessa alla comunità di stati.

 

Tuttavia, ciò che sembra maggiormente allarmante, nel quadro già di per sé preoccupante di questi giorni, è la situazione dei partiti della sinistra europea, e, nel caso del Regno Unito, del Labour. Volendo iniziare proprio da questi ultimi, ad osservare i primi dati che arrivano, non ci si può esimere dall’osservare come, con l’eccezione di qualche contea in ordine sparso, il Partito Laburista non sia riuscito a smobilitare pienamente il proprio elettorato, subendo la vittoria del “Leave” anche in roccaforti come Sunderland o West Midlands. Sicuramente i dati riguardanti i giovani indicano come l’Europa sia percepita positivamente da coloro che la vivranno in futuro. Certo è che ad osservare altri dati, sembra proprio che l’Europa sia stata l’opzione preferita principalmente all’interno di quei gruppi sociali ad alto livello di istruzione, salario ed integrazione sociale. Con le eccezioni di Scozia e Irlanda del Nord (che meritano un discorso a parte), l’unica regione dove il “Remain” si è largamente imposto è la ricca e multietnica Londra.

 

È questo il dato su cui il partito di Corbyn deve riflettere. Un partito che pretende di essere europeista e al contempo rappresentare gli strati più deboli della società non può permettersi in alcun modo di lasciare la stragrande maggioranza delle masse popolari in mano ai populisti su questioni di così grande importanza per il destino dell’Europa. Se c’è una cosa che ci dice il risultato del referendum britannico, in mezzo all’oceano di dubbi e incertezze in cui ci si barcamena in questi giorni, è che il progetto europeo è stato rifiutato dai meno istruiti e da coloro con un reddito basso o una situazione sociale svantaggiata. E lo stesso, non è una forzatura sostenerlo, accadrebbe anche nella grande maggioranza dei paesi europei. Motivo per cui spaventano non poco i referendum proposti ovunque dai partiti populisti ed euroscettici.

 

Ora è tempo di cambiare passo, di cambiare agenda e di cambiare narrazione. È necessario adeguare la proposta europea della sinistra a quelli che sono gli interessi degli strati sociali che si presume debba rappresentare. Soprattutto alla luce del fatto che il progetto di integrazione si configura come l’unica strada percorribile dalla sinistra per non finire nel dimenticatoio della storia e delle relazioni internazionali, nonché nell’insignificanza dei rapporti sociali.

 

Questa è una cosa che la sinistra europea non può permettersi. Per troppo tempo ci si è adagiati su delle conquiste che per lo più sono state appannaggio delle classi più ricche. Il mercato interno, la generazione Erasmus e via dicendo sono stati senza dubbio dei grandi passi in avanti, ma hanno portato benefici significativi soprattutto agli strati medio alti della popolazione. Complice anche la lunga subordinazione a determinati paradigmi economici (che hanno influenzato non poco i principali passi in avanti nel processo di integrazione), la sinistra si è adagiata su una narrazione dell’Europa sicuramente veritiera e nobile, ma figlia di un processo di integrazione che per il momento si è limitato ad essere per lo più un processo di integrazione “negativo” piuttosto che “positivo”.

 

È giunto il momento di dire ad alta voce che lo Stato nazionale va svuotato della propria sovranità e che è tanto giusto quanto necessario trasferire a livello federale determinate competenze, come la politica estera, l’esercito, le politiche fiscali, ma soprattutto il welfare e i diritti sociali. Perché questo è il vero motivo per cui la sinistra ha interesse affinché si realizzi il processo di integrazione. Un’Europa unita e federale è l’unico modo per preservare il modello di welfare conquistato con anni di lotte sociali nel corso del secolo scorso. “L’Europa è la più grande democrazia del mondo, a sostegno del più grande welfare del mondo. Dagli europei arriva il 58% delle risorse spese per sostenere sanità, istruzione e previdenza, anche se rappresentiamo soltanto il 6% della popolazione mondiale”. All’interno di un processo strutturale di cambiamento globale è necessario dunque che si sposti la narrazione su questi temi dalla dimensione nazionale a quella continentale, che si pongano degli obiettivi, che si ridia un motivo per cui sperare nell’Unione Europea. In mezzo secolo “due miliardi di persone sono passate da una ciotola di riso al benessere e altrettante premono per fare lo stesso. Noi siamo la Bastiglia del mondo, è scontato che i nuovi sanculotti, che sono poi i migranti, i cinesi, i brasiliani, la butteranno giù”.

 

È necessario dunque lasciare la narrazione della generazione Erasmus, degli effetti benefici della concorrenza e delle economie di scala, a chi ha maggiormente interesse in queste conquiste (le quali, è bene ribadirlo, sono conquiste fondamentali verso l’Europa unita e vanno difese, così come è necessario un dialogo e un progetto di alleanze con tutte le forze che si professano europeiste) e spostare lo sguardo verso orizzonti in grado di ricollegare le grandi masse con il progetto europeo. Bisogna parlare di politiche di budget europeo e di politiche di investimento transnazionali, di salario minimo europeo e di diritti europei dei lavoratori. Solo in questo modo sarà possibile allargare il consenso nei confronti del progetto di integrazione e per la sinistra riconquistarsi una voce all’interno dello spazio politico.

 

Nessun cittadino è più stupido dell’altro. Nessuno di noi ha mai avuto e mai avrà il pieno controllo sulle decisioni che prende, soprattutto quando si tratta di decisioni di questa portata. È proprio da questi presupposti che prende piede il compito storico della sinistra. Quello di organizzare le masse, articolare una proposta progressista e dare una prospettiva di lungo periodo verso l’emancipazione di tutti. Questi devono ritornare ad essere gli imperativi categorici per un PSE ormai da rifondare su basi nuove. L’Europa è l’unica possibilità di dare nuovo sbocco ad una prospettiva politica di sinistra. Il tempo ormai sta scadendo. Non è più possibile tergiversare. È necessario un cambio di passo.

Michail Schwartz

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