Se parla Riina spengo la tv e vado a guardar le stelle.

Se parla Riina spengo la tv e vado a guardar le stelle.

Questa sera, durante la trasmissione Porta a Porta (Rai 1), dovrebbe andare in onda un’intervista a Salvo Riina, figlio del boss Totò.  Uso il c...

Questa sera, durante la trasmissione Porta a Porta (Rai 1), dovrebbe andare in onda un’intervista a Salvo Riina, figlio del boss Totò.  Uso il condizionale perché non voglio crederci.  Ma, se così fosse, approfitterò del clima quasi estivo per starmene in giardino a guardare le stelle. E vi spiego perché.

Ripartiamo dall’inizio: il figlio di Totò Riina, Salvo, ha scritto un libro. Il titolo del libro è “Riina family Life”, e il mio intento nel parlarvene non è promozionale ma di denuncia. Perché, perché mai? Potreste pensare che è solo un libro. Ma ecco che vi dico, a riguardo: no grazie, la vostra versione non mi interessa. Non mi interessa il Riina “padre amorevole e premuroso nel chiuso della sua casa”; no, io non lo accetto, io non ascolto, io non leggo un testo nel quale venga assunto a figura di eroe un uomo come Totò Riina. Il compito che abbiamo, quello di essere portatoti di valori democratici, ci obbliga a riportare alla memoria quanto sia stato fatto nella storia del nostro Paese, e da chi, soprattutto (perché si tratta di reati che hanno una firma ben precisa, nomi e cognomi, fra cui: Totò Riina), prima che un romanzo che ha il profumo della saga familiare (non per niente si chiama “Family Life”) voglia agire e agisca nel senso del negazionismo per i reati di mafia, e ripulisca, ricrei un alveo quasi favolesco attorno alla vita di certi criminali. Perché di questo si tratta, di negazionismo.

E qui vengo al dunque, a quanto concerne la formazione e l’informazione che deve essere data ai nostri cittadini, ma non vorrei essere fraintesa. E’ giusto che ogni individuo abbia il diritto di informarsi, scegliendo anche come farlo, come creare il proprio bacino di idee. Ma qui non si tratta di questo, ma di altro. Si tratta di non accettare che il servizio pubblico si presti a dare voce alla descrizione di un uomo che resta freddamente in silenzio mentre sullo schermo della tv passano le immagini della strage nella quale venne ucciso Falcone, che non si presti a dare spazio ad un libro in cui molte realtà sono omesse, stragi non menzionate. Ed è proprio qui la questione sulla quale verte il nostro scoglio: la formazione deve avvenire nel solco della verità storica che non può essere infangata trasformando un mostro in un eroe. Il pericolo è questo, le ferite sono ancora aperte e sanguinanti nel nostro Paese. Ogni famiglia che abbia al proprio interno un morto ammazzato dalla mafia, ogni italiano che abbia vissuto quei giorni e se li veda riproposti, deve sentirsi non solo indignato ma nuovamente colpito da un’operazione del genere. Perché di operazione di marketing si tratta: l’incessante ricerca di audience, anche a costo di offrire un palcoscenico alla mafia e alla sua redenzione, senza neppure avvertirne il pericolo. La mafia è un fenomeno umano, e come tale cerca nuovi spazi: la piovra ha i suoi tentacoli sempre attenti a dirigersi là dove possa esserci nuova utenza, nuova umanità cui tendere la mano e far l’occhiolino.  L’indecente tentavo di dire che in fondo era un uomo qualunque che guardava le partite di pallone sul divano assieme al figlio mangiando i biscotti, un uomo che non batté ciglio quando fu data la notizia della morte di Falcone e continuò a cenare, quell’uomo che continuò le sue vacanze quanto morì Borsellino. Uomini che ha fatto uccidere lui, che lui volle morti. Una redenzione inaccettabile, analoga a quando, parlando di fascismo e di fascisti, abbiamo sentito dire “Però fece anche cose buone…”.  Ve lo ricordate il boss della cicoria, dei pizzini dentro alla Bibbia, della latitanza quasi in un eremo montuoso e sassoso? Interrogato da Grasso ebbe a dire che la Mafia sarà sconfitta nel momento in cui lo Stato saprà contrapporsi e sostituirsi ad essa dove da sempre è stato assente. Grasso dichiarò che queste parole furono parole piene di verità, uno schiaffo alle Istituzioni democratiche del nostro Paese che si vedevano così coinvolte, durante un interrogatorio come persone informate sui fatti, da colui cui da sempre avevano cercato di ripararsi e di combattere. Cominciamo da qui allora: con l’informazione. Cominciamo nel rivendicare che non si neghi né si ometta la storia, denunciando quanto non sia possibile che un criminale, dipinto nelle pagine scritte dal figlio quasi come un eroe, trovi spazio all’interno del servizio pubblico. Questo è, nell’indifferenza, lo scacco maggiore a quanti ogni giorno si impegnano a formare una coscienza critica e consapevole soprattutto nelle generazioni più giovani, avide per loro stessa natura di conoscenza e saperi e che non meritano venga proposta loro un’informazione falsata ed inaccettabile. Le parti in causa sono conoscibili e note: la storia ha dichiarato colpevoli e vittime. Il giudizio non è di parte ma è dettato dalla magistratura che ha condannato più volte Riina, un boss, non un eore. Fare promozione a certa storia che vorrebbe ripulirsi, farsi la barba e la doccia sul primo canale della televisione pubblica in seconda serata non è fare buona informazione, ed è, a dirla tutta, deviare una certa formazione democratica che è piena e viva nelle coscienze dei cittadini che vissero quei giorni, e nei nuovi cittadini, i giovani, per cui dovremmo nutrire le nostre più alte speranze per il futuro del nostro Paese dando loro tutti gli strumenti idonei per crescere.

Se quel condiziona usato al’inizio dovesse trasformarsi in indicativo, se l’eventualità, che ormai sembra certezza, dovesse confermarsi e l’intervista andare in onda, questa sera, me ne starò in giardino a guardare le stelle: il perché ve l’ho spiegato. Per il rispetto che dovremmo avere, tutti, per quanti ogni giorno sono impegnati a lottare contro ogni forma di mafia, a educare i giovani alla cultura della legalità, per rispetto delle vittime e delle loro famiglie che si troveranno umiliate nuovamente. Per dire no al negazionismo. Per un’informazione pubblica che non può dare spazio ad un racconto falsato su chi ha, sulle proprie mani, il sangue di tanti innocenti, di chi ha deciso che una fiat 126 dovesse saltare in aria uccidendo il giudice dall’agenda rossa. Non pretendiamo che ognuno di noi sia un eroe, ma almeno dovremmo sicuramente impegnarci tutti a raccontare la verità, a tutelarla. E no, non è certo questo un buon esempio di questo. Vogliamo provare ad essere semi di primavera, portatori di legalità e giustizia, e soprattutto vorremmo che le generazioni future lo fossero.

Leggi Salvo, leggi quanto è stato bravo il tuo papà, ma noi non ti ascolteremo stasera, e speriamo che saranno in tanti gli italiani che non lo faranno e che insieme a noi si indigneranno a gran voce.

La parole di Michele Anzaldi, segretario in Commissione Vigilanza Rai, PD, forse riassumono in modo perfetto quanto abbiamo provato a spiegare: “È una cosa gravissima per il servizio pubblico e per il nostro Paese. Non stiamo parlando di un criminale qualunque: Totò Riina è colui che ha fatto sciogliere nell’acido un bambino che amava i cavalli come Giuseppe Di Matteo. E’ l’uomo che a chi, tra i suoi, gli chiedeva di esser cauto, perché le stragi potevano coinvolgere dei bambini, rispondeva: “I bambini muoiono anche in Kosovo. La guerra è guerra”. L’uomo che a Sant’Erasmo si è inventato la camera della morte, dove le persone venivano portate e sciolte nell’acido. In studio qualcuno ricorderà tutto questo?”.

Lo ricorderemo noi Michele, proveremo a farlo, nel nostro piccolo, ogni giorno.

Federica Scirè

Responsabile Legalità GD Toscana

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