Se la risposta è l’integrazione, la domanda qual è?

Se la risposta è l’integrazione, la domanda qual è?

Il duplice attentato andato in scena a Bruxelles solo qualche settimana fa ha riacceso improvvisamente il dibattito sul delicato tema del terrorismo, ...

Il duplice attentato andato in scena a Bruxelles solo qualche settimana fa ha riacceso improvvisamente il dibattito sul delicato tema del terrorismo, che si è andato ad aggiungere a quello altrettanto delicato sull’immigrazione e sui modelli di integrazione che tiene banco da mesi a fronte dell’arrivo di centinaia di migliaia di profughi in terra europea. La discussione ha avuto toni molto spesso accesi dando modo alle destre di spingere con veemenza su quello che è un loro vecchio cavallo di battaglia, ossia la tesi secondo la quale il terrorismo sarebbe figlio della natura estremista dell’islam, fede religiosa inconciliabile con i nostri valori e dunque impossibile da integrare all’interno della nostra comunità: una lettura ed una visione miopi e di comodo, buone forse a speculare politicamente sulla paura, ma che non contribuiscono affatto a costruire il terreno per una soluzione positiva di questi temi.

L’emergenza terrorismo, e la questione inerente la sua prevenzione, interessa indubbiamente i servizi di intelligence e le procedure di definitiva integrazione di questi sistemi a livello europeo, ma questa vicenda non può essere affrontata senza una conoscenza ed un’analisi più profonda delle causa che hanno portato dei giovani, nati e cresciuti sul suolo europeo, a compiere gesti così efferati ed estremi.

Proprio per questo dobbiamo iniziare a focalizzare la nostra attenzione sulla situazione sociale nelle periferie delle grandi città europee e sugli strumenti e le politiche che favoriscano il protagonismo delle correnti religiose più moderate e dialoganti.

A tal riguardo può essere utile gettare uno sguardo sulle due città che hanno subito la violenza del fanatismo islamico, partendo dalle loro caratteristiche sociali.

Bruxelles, che sembra diventata il covo dei jihadisti d’Europa – da qui si stima siano partiti in centinaia, in tutto il Belgio sono trecentocinquanta – da sempre ha conosciuto fenomeni di immigrazione, anche in ragione delle sue miniere di carbone che negli anni ’50 hanno dato lavoro a migliaia di europei, italiani compresi. Come succede nella maggior parte delle città metropolitane attuali ad alta pressione migratoria, anche a Bruxelles si è via via creato un quartiere-ghetto: Molenbeek, che oggi conta quasi 900.000 cittadini, di cui quasi l’80% musulmani. Qui, come in qualsiasi quartiere-ghetto la povertà si confonde ad altra povertà e il disagio sociale, abitativo e scolastico con la delinquenza, tant’è che prima che diventasse il “covo degli jihadisti”, era famoso per il suo alto livello di criminalità. “Su questi casi di disperazione e disagio sociale agiscono i reclutatori di Isis, che trovano un terreno fertile in particolare nelle seconde generazioni costrette in un limbo identitario che le fa sentire perdute: immigrati musulmani in Belgio, dove sono cresciuti, ma anche stranieri nel paese natio”, come bene emerge dal dossier de L’Espresso sulle madri dei cosiddetti “foreign fighters”, a cura di David Lerner. Un file rouge che lega Bruxelles al quartiere parigino di Saint Denis,  da dove venivano gli attentatori di Charlie Hebdo e del Bataclan.

Il secondo esempio sono le banlieue francesi, che hanno vissuto nei primi anni del 2000 atti di guerriglia civile degli stessi residenti di origine franco-magrebina con l’obiettivo di cercare un proprio riscatto identitario verso un modello di cittadinanza basato sul laicismo e sull’assimilazione. Anche in questo caso, ad oggi, la maggioranza dei residenti è musulmana, ma questo dato deve farci riflettere sotto un’altra prospettiva, quella sociale ed urbana: gli effetti negativi e disgregativi della concentrazione di zone etniche  nelle vari metropoli europee in sostituzione della mixité sociale che ha sempre contraddistinto la natura delle città.

Segregazione urbana, ingiustizia sociale, esclusione: è su questi  elementi (e soprattutto sulle loro cause) che ci dobbiamo concentrare, non sulla religione. Infatti, come sottolinea Fernhad Khosrokhavar – sociologo franco-iraniano esperto di jihadismo europeo- solo una ristretta minoranza può essere definita di intellettuali agiati, mentre la maggior parte vive in condizioni di disagio economico e sociale, e non è attratto dall’islam, bensì dallo jiahd, e solo successivamente approfondiscono la loro conoscenza del Corano.

Seppur sia bene ricordare che esiste un islam moderato e uno più integralista che mantiene più saldi contatti con le frange estreme presenti nella penisola arabica, è necessario tenere a mente – come ci ricorda Olivier Roy – che qui la questione religiosa è solo marginale e strumentale ad un altro tipo di questione, ovvero quella sociale. Siamo di fronte ad una ribellione verso una società ed una cultura che queste persone disconoscono, non per motivi religiosi. Per questo le parole dell’Imam di Firenze sono più che comprensibili: non si può continuare ad additare una intera comunità  religiosa, anzi è compito della società e della politica interrogarsi sul proprio fallimento.

Ma come favorire un maggior protagonismo dell’islam moderato in Europa? Una prima soluzione potrebbe risiedere nel dare un’autonomia ed una dignità riconosciuta ad un islam finalmente “europeo” e slegato dalle visioni integraliste. Come esprime in maniera molto chiara, Wahel Farouk, professore egiziano presso l’Università Cattolica di Milano, in un articolo apparso su Vita.it “L’islam non è una religione araba, ma uno spazio aperto a tutte le culture che possono arricchirlo e allargare i suoi orizzonti. I precetti dell’islam hanno sempre subito mutazioni con il tempo e lo spazio, è il solido fondamento alla base di tutti i contributi che l’islam ha dato alla civiltà umana. Il musulmano europeo, oggi, deve dunque restituire all’islam il suo spirito pluralista”.

Per fare ciò è necessario che l’islam, coi suoi culti e le sue gerarchie religiose siano pienamente integrati e riconosciuti all’interno del contesto sociale europeo. In questo senso vanno le proposte di fornire un finanziamento pubblico alle comunità islamiche europee, al fine di permettergli di svilupparsi in maniera autonoma e in linea con quelli che sono i valori portanti della nostra comunità. Il caso della Croazia va esattamente in quel senso. Ad oggi infatti, la Croazia è l’unico Stato europeo dal quale nessun cittadino è partito per arruolarsi nei ranghi dell’ISIS ed al contempo l’unico dove è prevista una forma di finanziamento pubblico per i luoghi di culto islamici figlio di una serie di convenzioni ed accordi tra lo stato e la comunità religiosa

Di fronte a queste sfide, oggi la domanda potrebbe essere come può la politica riemergere da questo fallimento creando un substrato culturale e sociale che non prevarichi su alcuna identità ma che dia spazio a ciascuna  di essa, prima di tutto, e che porti ad un melting pot della cittadinanza. È possibile che la risposta a questa domanda sia anche la soluzione – seppure di più lunga durata  – alle cause più profonde del fanatismo religioso e  politico?

Per noi la risposta è sì: questo significa riaprire il dibattito intorno alle periferie, cercando nuovi modelli di governance del territorio e politiche sociali innovative finalizzate all’interazione e all’integrazione tra le varie classi sociali, culture e religioni. Occorre mettere in campo politiche che sappiano avvicinare i quartieri periferici al centro cittadino evitando la ghettizzazione non solo da un punto di vista geografico, ma soprattutto sociale e culturale, fornendoli di servizi alla persona, infrastrutture adeguate di collegamento, spazi dove formare una nuova sfera pubblica e perché no, anche di bellezza.

 

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