Scontro in America su lavoro e politica sociale

Scontro in America su lavoro e politica sociale

Il Partito Repubblicano si sta ormai compattando dietro Romney, che in questi giorni ha ricevuto alcuni appoggi importanti: hanno dichiarato il loro s...

obamaIl Partito Repubblicano si sta ormai compattando dietro Romney, che in questi giorni ha ricevuto alcuni appoggi importanti: hanno dichiarato il loro sostegno non solo un moderato come il vecchio Bush padre, ma anche il falco dei tagli alla spesa pubblica Paul Ryan e i senatori di estrema destra Rubio (Florida) e Ron Johnson (Wisconsin). I primi due sono molto chiacchierati per una candidatura alla vicepresidenza: in particolare Rubio potrebbe essere determinante, perché se Obama vincesse tutti gli stati già vinti da Kerry nel 2004 più la Florida otterrebbe la maggioranza dei voti elettorali e dunque la rielezione. Ryan e Ron Johnson sono invece accomunati dallo stato di provenienza, e il Wisconsin, che ha votato il 3 aprile assegnando la vittoria a Romney (sia pure ancora sotto il 50% dei consensi). Proprio il Wisconsin è tornato al centro dell’attenzione in questa ultima settimana. All’inizio del 2011 la nuova amministrazione repubblicana, guidata da Scott Walker, ha drasticamente ridotto il diritto alla contrattazione collettiva per i dipendenti pubblici: la misura aveva causato un’ondata di proteste culminate nell’occupazione del parlamento e la fuga in Illinois dei senatori democratici come strumento di ostruzionismo (negli Stati Uniti è previsto che la polizia possa costringere un parlamentare alla presenza in aula, ma ovviamente le polizie statali non hanno giurisdizione in altri stati). In aprile i democratici sperarono di sconfiggere alle elezioni un giudice conservatore della Corte Suprema del Wisconsin, nel tentativo di spostare a sinistra l’equilibrio della Corte e dunque ottenere la cassazione della legge. L’obiettivo fu mancato, così come quello di ottenere la revoca popolare di alcuni senatori repubblicani e quindi il controllo democratico del Senato. Nuove “recall elections” (dove il politico in carica è chiamato a un nuovo confronto elettorale con altri candidati, per verificare se gode ancora del sostegno popolare) per alcuni senatori repubblicani si terranno a maggio; ma, soprattutto, pochi giorni fa è stato annunciato il raggiungimento di un numero di firme necessario per un analogo referendum sul governatore Walker. La consultazione si terrà il 5 giugno. Infine, gli osservatori politici ritengono che, sulla base dei sondaggi oggi disponibili, a novembre la maggioranza al Senato federale sarà decisa dal risultato del Wisconsin: se i democratici vinceranno manterranno la soglia di 50 senatori che, con l’aggiunta del vicepresidente Biden (presumibilmente rieletto!), consentirà loro la maggioranza.

Ma lo scontro del Wisconsin va anche al di là delle lotte sindacali statali o delle stesse elezioni di livello federale. Lo stato ha una lunga tradizione di radicalismo, sia a sinistra sia a destra. Nel 1910 la città di Milwaukee è stata l’unica metropoli americana ad eleggere un sindaco socialista, e i socialisti controllarono la città – con due brevi intervalli – fino al 1960; negli anni Cinquanta l’Università di Madison è stato forse l’unico centro culturale con una qualche forma di opposizione al maccartismo. Il senatore McCarthy, peraltro, era stato eletto proprio in Wisconsin; nel 2010, il tea partier Ron Johnson ha sconfitto il democratico in carica Russ Feingold, considerato uno dei senatori più a sinistra e l’unico senatore a votare contro il Patriot Act nel 2001. In Wisconsin si scontrano insomma le punte più avanzate del bipartitismo americano, e non solo in tema economico: la candidata democratica al Senato sarà quasi certamente la deputata Tammy Baldwin, che, se eletta, diverrebbe la prima senatrice dichiaratamente omosessuale.

Con il candidato repubblicano che sembra ormai deciso, la temperatura del dibattito politico inizia a salire vistosamente: nello stesso giorno in cui i repubblicani votavano in Wisconsin, Obama ha duramente attaccato la proposta di bilancio avanzata dalla Camera, definendola «darwinismo sociale» e sostenendo che al suo confronto il Contratto con l’America (il programma di tagli a spesa e tasse con cui nel 1994 Gingrich guidò i repubblicani alla riconquista della Camera dopo quarant’anni) «sembra il New Deal». Seguendo la nota linea di coniugare la via d’uscita dalla crisi in direzione di una società più equa con le tradizioni democratico-moderate degli Stati Uniti, Obama ha ricordato che l’economia di tipo reaganiano, fondata sull’idea che l’arricchimento dei più ricchi porti a un benessere diffuso per tutti, non solo non ha funzionato, ma è proprio quella che ha condotto alla crisi. «In questo Paese», ha dichiarato il Presidente, «una diffusa prosperità non è mai derivata dal successo di pochi ricchi, ma sempre dal successo e dalla crescita di una forte classe media». Quello repubblicano «è un tentativo di imporre al nostro Paese una visione estremista. È antitetico alla nostra intera storia come terra di opportunità e di mobilità verso l’alto per chiunque voglia impegnarsi».

La caratterizzazione di queste elezioni come lo scontro tra l’1% più ricco e il restante 99% è favorita dalla figura di Romney, che si calcola rientri nello 0,001% più ricco del Paese. Nei sondaggi Obama sembra allungare il proprio vantaggio, tanto che i repubblicani stanno aumentando le energie dedicate al “piano B” per fermare il Presidente: concentrarsi sulle elezioni parlamentari per mantenere la maggioranza alla Camera e acquisirla anche al Senato.

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