Sahara occidentale: la colonia dimenticata

Sahara occidentale: la colonia dimenticata

يا†شعب†الصحراء†الثوري نحن†الثوريين وأرض†الصحراء†حرة†للصحراويين O Saharawi popolo rivoluzionario! Noi siamo i rivoluzionari! E la terra libera saharawi...

يا†شعب†الصحراء†الثوري

نحن†الثوريين

وأرض†الصحراء†حرة†للصحراويين

O Saharawi popolo rivoluzionario!

Noi siamo i rivoluzionari!

E la terra libera saharawi è per i Saharawi!

(Mariem Hassan – Haiyu**)

Togliti le scarpe. Mettiti comodo e incrocia le gambe sopra una distesa di tappeti impolverati e

coloratissimi di una Khaima tutta rattoppata. Fuori il sole impietoso martella ogni forma di vita e

cinquanta gradi prosciugano le energie, costringendo chiunque a limitare al minimo i propri

movimenti. Non ci sono ventilatori, né, tantomeno, condizionatori. Le docce sono praticamente un

miraggio. Qualcuno, di fronte a te, con movimenti sicuri e di una nobiltà che solo una tradizione

tramandata negli anni sa trasmettere, dopo aver versato varie volte il contenuto di una teiera da un

bicchiere all’altro – operazione che verrà ripetuta più volte per formare uno strato di schiuma bianca

– ti porgerà il tuo primo bicchiere di tè, quello che per i Saharawi è “amaro come la vita”.

Seguiranno, con un rituale che dura pressappoco un’ora, il bicchiere “dolce come l’amore” e quello

“soave come la morte”.

Se non cambiano le cose, il popolo Saharawi pare condannato a bere sempre e soltanto il primo

bicchiere, a non poter mai godere della dolcezza o soavità di una condizione di piena libertà. Al

momento gli rimane in bocca soltanto il gusto amaro della rabbia per una situazione che da più di

vent’anni a questa parte non riesce a incontrare evoluzioni positive e fa della sua patria, il Sahara

Occidentale, l’ultimo paese africano a non aver ottenuto l’indipendenza.

Il Sahara occidentale è una ex colonia spagnola, riconosciuta dall’ONU come paese

indipendente sin dal 1960. Tuttavia, da allora il popolo Saharawi, pur avendo proclamato nel

1976 la costituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), non vede ancora

riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione, vittima dell’occupazione da parte del

Marocco, interessato a mantenere il controllo sui ricchi giacimenti di fosfati e su un mare

particolarmente ricco di pesce. L’ONU è intervenuta con una missione (Mission des Nations Unies

pour l’Organisation d’un Référendum au Sahara Occidental, MINURSO), impegnandosi a più

riprese per trovare una soluzione attraverso l’indizione di un referendum, ma la realtà è che senza

il pieno appoggio da parte della comunità internazionale tutti i proclami e le buone intenzioni sono

caduti nel vuoto e più di 200 mila persone continuano a vivere da rifugiati nel mezzo del

deserto algerino, in condizioni precarie, separati dalla loro patria da campi minati e da un muro di

cemento e filo spinato eretto dal Marocco, che continua ad opporsi pervicacemente ad ogni

proposta prospettata dalle Nazioni Unite.

La causa del popolo Saharawi, per l’Occidente, non pare essere oggi un tema all’ordine del giorno.

Non ne parlano i telegiornali, non viene trattata nelle trasmissioni di approfondimento, solo una

minoranza dell’opinione pubblica ne conosce la storia. E come detto, alle tante dichiarazioni non è

mai stato dato seguito, dimostrando oltretutto la totale mancanza di autorevolezza e di

autorità da parte dell’ONU per le mancate condanne nei confronti di un Paese, il Marocco,

riconosciuto come aggressore e trasgressore di diritti umani.

L’inerzia delle Nazioni Unite e il disinteresse dell’opinione pubblica internazionale non

possono far altro che rafforzare il senso di ingiustizia e di sfiducia da parte di un popolo

che dovrebbe essere, al contrario, maggiormente sostenuto proprio per aver scelto la strada

più complessa della resistenza pacifica e della mediazione diplomatica.

Un supporto secondario, ma per questo non meno importante, viene da anni fornito dalle

amministrazioni locali della nostra Regione, molte delle quali gemellate simbolicamente con i

governi che gestiscono i campi profughi. Ogni estate circa un centinaio di bambini (i “piccoli

ambasciatori di pace”) vengono accolti in Toscana dalla rete delle nostre associazioni. Lo

scopo è quello di allontanarli, anche solo per pochi mesi – quelli più tremendi dal punto di vista

climatico – dalle condizioni di vita impossibili nelle quali sono costretti a vivere, farli svagare e

sottoporli ad accertamenti medici ed eventualmente a terapie non disponibili nei campi. A qualcuno

di essi, con il benestare della famiglia di origine, viene data la possibilità di trattenersi, di

continuare a curarsi e/o di studiare nel nostro Paese.

Ma è forse accettabile che un bambino malato, per avere una speranza di vita maggiore, debba

essere allontanato dai genitori, dai suoi affetti, dalla sua vita – strappato dalla sua terra – e

paradossalmente ritenersi fortunato e privilegiato per aver ottenuto tale opportunità? E’ tollerabile

che i giovani, una volta terminato il percorso di studi, non possano mettere a disposizione del

proprio paese conoscenze e competenze acquisite all’estero per contribuire alla sua rinascita e al

suo sviluppo? Quale futuro può avere un popolo che si ritrova, di fatto, privato delle sue

forze migliori?

Un proverbio saharawi afferma: “Prima di ogni oasi, c’è un deserto da attraversare”. In quasi

mezzo secolo di storia i saharawi hanno dato dimostrazione di una resilienza e di una tenacia che

solo un popolo di fiere origini berbere poteva permettersi. Meritano, pertanto, di trovare finalmente

la pace che cercano nella propria terra, il Sahara Occidentale. Meritano di essere artefici del

proprio destino, costruendo, mattone su mattone, casa dopo casa, strada dopo strada, le basi

per un radioso avvenire. Chi si ritiene democratico, chi ha a cuore i valori sopra i quali è stata

fondata la nostra Repubblica non può non dirsi solidale con la causa e continuare così a

ignorare l’appello che quotidianamente centinaia di migliaia di persone, in maniera pacifica

ma determinata, rivolgono alla comunità internazionale.

Fabio Roberto Tognetti

Yallah Ma’ana Attivisti Saharawi*

* Yallah Ma’ana significa “Vieni con noi”. Abbiamo scelto di chiamarci così proprio perché il nostro

gruppo è aperto e inclusivo. Siamo un gruppo di giovani attivisti italiani e saharawi, costituitosi

nei primi mesi di quest’anno, con il fine di supportare l’attività delle tante associazioni

presenti in Toscana e organizzare iniziative che possano dare visibilità alla causa. Chi fosse

interessato alle nostre attività può contattarci all’indirizzo ymas@outlook.it

** La canzone, scritta dalla cantautrice saharawi Mariem Hassan nel 2009, è disponibile

all’indirizzo http://www.mariemhassan.com/index.php/videos

 

Fabio Roberto Tognetti

 Segretario PD Pontedera e rappresentante attivisti Saharawi Yallah Ma’ana

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