Reato di Tortura: una legge che attendiamo da trent’anni

Reato di Tortura: una legge che attendiamo da trent’anni

“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” Questo afferma l’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti d...

“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”

Questo afferma l’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Essa ribadisce, con forza, il profondo attaccamento alle libertà fondamentali che costituiscono le basi stesse della giustizia , il cui mantenimento si fonda su un regime politico democratico e su un comune rispetto dei diritti dell’uomo.

Diritti dell’uomo di cui in Italia, e in Toscana, si parla molto negli ultimi tempi.

Solo pochi giorni fa, il 13 Luglio, il Tribunale di Firenze ha emanato un’importante sentenza, definita storica. Tre dei quattro carabinieri imputati per omicidio colposo, all’interno del processo per la morte di Riccardo Magherini, sono stati condannati.

Riccardo Magherini è un altro dei così detti “Morti di Stato”, uomini e donne inquadrati in categorie sociali che hanno un certo livello di disonore.

Persone che sembrano essere morte perché meritevoli di tale fine e che spesso l’opinione pubblica declassa a morti di cui non è necessario curarsi.

E’ lo stesso Fabio Anselmo, legale della famiglia Magherini e avvocato che sta facendo la storia dei diritti civili, che, accogliendo casi scomodi come quest’ultimo ma anche Cucchi, Uva, Bifolco, Adrovandi, contribuisce ad insinuare nella mente di molti un dubbio: il dubbio che al nostro ordinamento manchi qualcosa di fondamentale, il reato di tortura.

I più noti fatti di cronaca, ci inducono necessariamente a pensare che la tortura non riguardi solo paesi lontani, ma che il fenomeno sia diffuso e praticato anche in Italia.

Nel nostro paese, infatti, si sono verificati numerosi casi di tortura e l’Italia è addirittura stata condannata dalla Corte Europea dei diritti umani, per i gravissimi fatti accaduti durante il G8 di Genova del 2001. I giudici di Strasburgo hanno deciso all’unanimità che lo Stato italiano ha violato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo. Sussiste quindi un obbligo giuridico internazionale all’introduzione del reato di tortura.

La Camera dei Deputati ha approvato giovedì 9 aprile 2015 l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano con 244 voti favorevoli,14 contrari e 50 astenuti.

La legislazione penale italiana “non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri”.

Il disegno di legge approvato alla Camera dei Deputati si intitola “Introduzione del delitto di tortura nell’ordinamento italiano” ed è stato presentato il 19 giugno del 2013 dal senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione Diritti umani del senato. Dopo l’approvazione in prima lettura al Senato il 5 marzo 2014, il 23 marzo 2015 si era tenuta la discussione generale alla Camera con il voto degli emendamenti e giovedì 9 aprile il voto.

Il testo è composto da sei articoli. Il disegno di legge introduce il reato di tortura come reato comune. Secondo l’articolo 1 «chiunque, con violenza o minaccia ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni». Sono previste anche delle aggravanti. Infatti, se a commettere il fatto è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio «con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio» «si applica la pena della reclusione da cinque a dodici anni», ma solo se la sofferenza inflitta è «ulteriore» rispetto «all’esecuzione delle legittime misure privative o limitative dei diritti». Se dal fatto deriva una lesione personale le pene sono aumentate di un terzo se la «lesione personale è grave»; della metà «in caso di lesione personale gravissima». Se dal fatto deriva la morte «quale conseguenza non voluta», la pena è la reclusione a trent’anni. Se la morte è causata da un atto volontario, la pena è l’ergastolo. Il disegno di legge introduce anche il reato di istigazione a commettere tortura: se un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio istiga un collega, la pena è stabilita con la reclusione da sei mesi a tre anni e questo indipendentemente dal fatto che il reato di tortura venga poi effettivamente commesso. Le dichiarazioni ottenute attraverso il delitto di tortura non sono utilizzabili in un processo penale. I termini di prescrizione per il delitto di tortura sono raddoppiati. Si stabilisce anche che «in nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali o oggetto di tortura, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione o dalla tortura ovvero da violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani». Non può essere riconosciuta l’immunità diplomatica «ai cittadini stranieri sottoposti a procedimento penale o condannati per il reato di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale».

Il provvedimento, dopo uno stallo durato un anno, è approdato nuovamente a palazzo Madama giovedì 7 luglio. Ma ora il provvedimento rischia di essere in parte «svuotato». In particolare sono due i punti contestati. Innanzitutto nella prima versione della legge si parlava di «violenze e minacce» per inquadrare il reato di tortura, mentre nell’ultima si parla di «minacce gravi e violenze reiterate», quasi a sottolineare che senza i criteri della gravità e della reiterabilità, le violenze non sarebbero classificabili come «torture». In secondo luogo il testo del Senato parla di «verificabile trauma psichico», al posto della prima versione del testo che parlava di «acute sofferenze psico-fisiche».

È essenziale che il reato di tortura venga introdotto nel codice penale italiano quanto prima e nel massimo rispetto degli standard internazionali, garantendo in questo modo la copertura nazionale della violazione e contribuendo alla prevenzione della tortura e dei maltrattamenti.

E’ una questione di civiltà, la politica deve in primo luogo occuparsi di questo: di diritti e di civiltà che sono le basi per costruire una società migliore che garantisca l’uguaglianza e consenta a donne e uomini di vivere in piena libertà.

Letizia Martinelli

Resp. Legalità GD Pisa

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