Obama avanti negli stati chiave, Romney sempre più insicuro

Obama avanti negli stati chiave, Romney sempre più insicuro

C’è una recente dichiarazione di Charlie Cook, uno dei più noti analisti politici americani, che riassume bene il contenuto di questa ultima settimana...

C’è una recente dichiarazione di Charlie Cook, uno dei più noti analisti politici americani, che riassume bene il contenuto di questa ultima settimana: «se Obama sarà rieletto, sarà nonostante l’economia e a causa della sua campagna; se vincerà Romney, sarà a causa dell’economia e nonostante la sua campagna».

La più evidente stonatura nella campagna di Romney è venuta in occasione degli assalti alle rappresentanze diplomatiche statunitensi in Egitto e Libia. Quella che poteva essere una crisi delicatissima per le prospettive elettorali di Obama lo sta invece rafforzando o, quanto meno, sta indebolendo il suo avversario. Nella mattina dell’11 settembre l’ambasciata americana al Cairo aveva rilasciato un comunicato di condanna verso i tentativi di ferire i sentimenti religiosi dei musulmani. Poche ore dopo, l’ambasciata veniva presa d’assalto dai dimostranti. In serata, l’ambasciata confermava il comunicato iniziale, aggiungendovi una condanna della violenza. Poche ore dopo veniva assaltato il consolato a Bengasi, provocando la morte dell’ambasciatore Stevens. Romney ha commentato: «è un peccato che la prima risposta dell’amministrazione Obama non fosse condannare gli attacchi alle nostre missioni diplomatiche, ma simpatizzare con chi li ha lanciati». Questa ricostruzione contiene due imprecisioni: in effetti il comunicato “pro-musulmani” è stato rilasciato prima degli attacchi, e non conteneva alcuna solidarietà con i dimostranti. L’impressione è che Romney abbia la tendenza «prima a sparare, e poi a mirare», per usare le parole di Obama. Questa vicenda gli ha attirato le critiche pubbliche anche del senatore per l’Indiana Dan Coats, repubblicano, ex ambasciatore in Germania, che ha suggerito di pensare due volte prima di parlare. In questi giorni, peraltro, c’è una certa tensione tra Romney e i gruppi parlamentari repubblicani, dopo che il candidato presidenziale ha definito un errore il compromesso raggiunto tra Congresso e Casa Bianca sui tagli alla spesa pubblica.

L’andamento della campagna sta mettendo in crisi la strategia prevista da Romney per vincere, e conosciuto come “3-2-1”: strappare a Obama 3 stati tradizionalmente repubblicani (Indiana, Virginia, North Carolina); vincere i 2 stati chiave di Florida e Ohio; vincere in un altro stato vinto da Obama nel 2008. Ma al momento i sondaggi mostrano Obama con un vantaggio di almeno 5 punti in Virginia, Florida e Ohio, perciò i repubblicani hanno lanciato un attacco preventivo: in vista del primo dibattito, il 3 ottobre, con interviste e spot elettorali stanno diffondendo la tesi che nei dibattiti il Presidente mentirà, e quindi non gli si dovrà credere in alcun caso.

Anche quella che era inizialmente parsa una grande trovata – rilanciare la frase di Reagan del 1980 “siete messi meglio di quattro anni fa?” – si sta rivelando un boomerang. Secondo i sondaggi, la maggioranza relativa degli elettori dichiara in effetti che la propria condizione economica è peggiore rispetto al 2008, ma circa il 60% attribuisce la colpa della crisi all’amministrazione Bush. Cosa ancora più importante, e decisiva per Obama, il 70% ritiene che l’anno prossimo l’economia andrà bene (l’anno scorso, il 60% faceva invece una previsione negativa).

John King, il principale giornalista politico della CNN, commentando la convention democratica ha osservato che nel 2008 Obama ottenne una vittoria storica diventando il primo Presidente afro-americano, e che per vincere nel 2012 è chiamato nuovamente a scrivere la storia: nessun Presidente è stato rieletto con la disoccupazione ai livelli attuali. In effetti, uno ci è riuscito: Roosevelt, nel 1936, vinse in 46 stati su 48 e ottenne il 61%, con la disoccupazione nazionale al 17% (per la cronaca, la sensazione diffusa all’epoca era di un testa a testa con il candidato repubblicano). A Roosevelt, infatti, Obama si richiama spesso, esplicitamente o meno, come modello per la propria proposta politica. La crisi economica, è il ragionamento del Presidente, non solo non si può risolvere nel giro di quattro anni, ma è il fallimento di un intero modello sociale sedimentatosi per decenni e che deve essere completamente rinnovato. Come Roosevelt, Obama sente di dover costruire una società di nuovo tipo, non sulla base di ricette teoriche ma – come ha detto alla convention – sulla base di «quel tipo di potente e tenace sperimentalismo perseguito da Franklin Roosevelt» e guidato dalla stella polare del rifiuto dell’individualismo e della fiducia nelle possibilità dello Stato. Il riferimento è a un comizio di Roosevelt del 1932: «il Paese chiede una forte, tenace sperimentazione. Abbiamo bisogno di entusiasmo, immaginazione, abilità di affrontare coraggiosamente i fatti, anche quelli spiacevoli. Dobbiamo correggere, se necessario con mezzi drastici, i vizi del nostro sistema economico di cui oggi soffriamo. Abbiamo bisogno del coraggio dei giovani. Il vostro scopo non è farvi strada nel mondo, ma ricostruire il mondo che avete davanti».

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