Loro ci provano, noi non scordiamo

Loro ci provano, noi non scordiamo

Un oggi di 67 anni fa fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. Finiva l’orrore nazista: lo sterminio degli ebrei, la persecuzione e le ucc...

Un oggi di 67 anni fa fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz.
Finiva l’orrore nazista: lo sterminio degli ebrei, la persecuzione e le uccisioni di zingari, omosessuali, dissidenti politici e di tutti coloro considerati “inferiori” perché “diversi”.

Oggi che viviamo sicuri nelle nostre case, come scriveva Primo Levi, tutta questa violenza ci può sembrare lontana, lontanissima.
E lo è, grazie all’Europa di pace che hanno costruito i nostri nonni e i nostri padri usciti vivi e memori dal nazi-fascismo e dalla guerra – questa Europa che oggi viene molto criticata ma che resta, pur con i suoi difetti, la più grande conquista dell’ultimo secolo.
Sembra lontana anche se ogni tanto i fatti, come quelli del 13 gennaio a Firenze, ci ricordano cosa sia stata e come possa ripetersi. La banalità del male vive anche nelle nostre società.
Se vogliamo che quella violenza resti fuori dal nostro mondo, dobbiamo impegnarci ogni giorno in una battaglia per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. Per ricordare quello che è stato, di modo che non torni più, pubblichiamo una storia di due bambine di 4 e 6 anni Andra e Tatiana Bucci.
Furono deportate ad Auschwitz, ed ncora oggi continuano a testimoniare l’orrore che hanno vissuto ai ragazzi che ogni anno raggiungono Austwiz sul treno della memoria.
Un lavoro impagabile, di cui le ringraziamo.

«28 Marzo 1944. Quella sera i tedeschi entrarono in casa, insieme al delatore che, per soldi, aveva fatto il nome della nostra famiglia. Noi bambini eravamo a letto. La mamma ci svegliò e ci vestì. Vedemmo la nonna in ginocchio, davanti ai soldati. Li pregava di risparmiare almeno noi».
Comincia così il viaggio nella memoria delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, oggi settantenni, sopravvissute alla Shoah.

«Ci caricarono sul carro bestiame, tutti ammassati – raccontano -. Arrivati a Birkenau ci divisero in due file. La nonna e la zia vennero sistemate sull’altro lato, quello dei prigionieri destinati alla camera a gas. Ci portarono nella sauna, ci spogliarono, ci rivestirono con i loro abiti e ci marchiarono con un numero sull’avambraccio. Ci trasferirono nella baracca dei bambini e lì cominciò la nostra nuova vita nel campo. Giocavamo con la neve e con i sassi, mentre i grandi andavano a lavorare. Quando poteva, di nascosto esponendosi a certo rischio, la mamma veniva a trovarci  portandoci un pezzo di pane e ricordandoci sempre i nostri nomi, perché non li dimenticassimo.

Questa intuizione geniale ci fu di grande aiuto al momento della liberazione, molti non sapevano più il proprio nome. Un giorno la mamma non venne più e pensammo che fosse morta, ma non provammo dolore, la vita del campo ci aveva sottratto un pezzo d’infanzia, ma ci aveva dato la forza per sopravvivere. Ogni giorno vedevamo cumuli di morti nudi e bianchi. La donna che si occupava del nostro blocco con noi era gentile. Un giorno ci prese da parte e ci disse: “fra poco vi raduneranno e vi ordineranno: chi vuole rivedere sua mamma faccia un passo avanti… voi non vi muovete. Spiegammo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa, ma lui non ci ascoltò. Da allora non lo rivedemmo mai più». Sergio aveva 7 anni, fu trasferito a Neuengamme vicino ad Amburgo, destinato a una morte atroce, usato come cavia per orribili esperimenti sulla tubercolosi nel campo del dottor Heissmeyer, agli ordini di Mengele, “l’angelo della morte”. «L’ ultimo ricordo di nostro cugino è il suo sorriso mentre ci salutava dal camion che lo portava via insieme agli altri 19 bambini, desiderosi di rivedere la mamma».Mi sento in colpa, perché io sono qui e ne parlo, mentre lui è partito. Non siamo riuscite ad impedirlo. So che non dovrei, ma è come un macigno che mi pesa dentro.

Vissero a Birkenau fino al 27 gennaio 1945, giorno della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa. Dopo due anni passati in orfanatrofi e in case di riabilitazione per ebrei deportati tra Praga e l’Inghilterra, Andra e Tatiana, con l’aiuto del fato, si ricongiunsero al padre e alla madre, anch’ella miracolosamente scampata all’inferno del lager. Mentre la zia Gisella, fino alla sua morte, ha continuato a sperare nel ritorno di Sergio.

«Oggi chiudendo gli occhi si acuiscono i sensi – raccontano – rivediamo le fiamme e la cenere che uscivano dai camini notte e giorno e i cumuli di cadaveri, avvertiamo ancora la sensazione del grande freddo e l’odore nell’aria della carne bruciata. Le camere a gas e i forni crematori funzionavano di continuo».

E salutando i ragazzi, Andra e Tatiana dicono loro: «Oggi, andiamo nelle scuole o dove ci è possibile, a raccontare ai giovani la verità, affinché la nostra memoria continui attraverso voi».

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