Legge 194, storia di un diritto minacciato

Legge 194, storia di un diritto minacciato

Nel 1978 il Parlamento italiano approvò la legge n. 194 “ Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravi...

Nel 1978 il Parlamento italiano approvò la legge n. 194 “ Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
Questo fu il punto di approdo dell’iniziativa portata avanti durante tutto l’arco degli anni ’70 dai movimenti femminili e da alcune componenti dello schieramento politico parlamentare, per affrontare e risolvere non solo la vergognosa piaga dell’aborto clandestino, ma anche per adeguare la nostra legislazione a quella di Paesi europei più avanzati e stabilire un rapporto libero e responsabile tra individuo e società.
La legge n. 194 regola il ricorso all’interruzione di gravidanza, nell’ambito del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione femminile e alla procreazione consapevole. Tale legge infatti, non si limita a parlare di aborto, ma tratta anche di tutti quei provvedimenti atti a promuovere nella società il concetto di famiglia consapevole, prevedendo anche la formazione del personale sanitario sull’uso di contraccettivi, sempre nel rispetto dell’integrità psicofisica della donna.
Questa legge insomma non è stata un mero atto legislativo, bensì un vero e proprio strumento culturale che ha preso atto della condizione subordinata femminile ed è andato a costituire un primo passo verso una vera e propria rivoluzione culturale.
In questa legge si è voluto anche tutelare gli operatori sanitari le cui convinzioni morali erano in contrasto con la pratica abortiva. All’articolo 9,  infatti, leggiamo della possibilità di dichiararsi obiettori di coscienza, a nessuno, quindi, viene leso un diritto: né a chi chiede, per diverse ragioni, di interrompere la gravidanza, né ai medici che dichiarano di essere obiettori di coscienza.
Nell’articolo 9 si legge anche “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti ad assicurare l’espletamento delle procedure e l’effettuazione degli interventi richiesti e le Regioni controllano e garantiscono l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.”
I Parlamentari del 1978 volevano quindi garantire l’applicazione di questa legge, una legge finalmente approvata dopo molte polemiche strumentali e che aveva superato anche una consultazione referendaria.
Qualcosa però non ha funzionato perché la relazione del Ministero della Salute ripete da anni le stesse stime: tra 12 e 15mila casi di aborti illegali fra le donne italiane, 3/5mila fra le straniere.
E allora chiediamo che la politica e le istituzioni trovino una soluzione per quei tanti, troppi, casi in cui all’interno delle strutture pubbliche o convenzionate, l’Ivg non viene praticata. Altrimenti, se puoi permettertelo, vai all’estero, e quello che dovrebbe essere un diritto diventa un “privilegio”, se così si può chiamare una scelta così dolorosa e sofferta, che ancora una volta sottolinea la differenza tra chi può permetterselo e chi no.
Nel nostro Pese l’obiezione di coscienza non può e non deve  rendere il percorso abortivo un vero e proprio percorso ad ostacoli.
Nel 2013, nella nostra regione,  hanno operato circa 52 ginecologi Fte (Full time equivalent) a tempo indeterminato e circa 4 a tempo determinato. La percentuale dei medici obiettori è pari al 29,59% per il personale a tempo indeterminato Fte. Una percentuale molto più bassa rispetto ad altre regioni, viviamo quindi in un’isola felice si potrebbe dire se pensiamo che altrove la percentuale arriva a sfiorare l’80%.
Siamo di fronte ad un paradosso quindi: da un lato all’interno del decreto sulle depenalizzazioni il governo ha aumentato fortemente le sanzioni per chi si rivolge a strutture clandestine, un atto che ‘costringe’ giustamente alla legalità. Bene. Ma dall’altro siamo in grado di garantire ovunque l’applicazione della 194?!
La battaglia che abbiamo davanti non è legislativa ma culturale.
Crediamo che ogni epoca e ogni generazione debba differenziarsi per capacità di guardare oltre le divisioni. Vorremmo analizzare la realtà in maniera laica e obiettiva, perché se da un lato le convinzioni personali, che siano di natura etica, morale o religiosa, consentono l’obiezione di coscienza ai medici, essa non deve, viceversa,  porre limiti all’esercizio del diritto alla maternità consapevole delle cittadine italiane e straniere nel nostro paese, un diritto che abbiamo il dovere di garantire.
Come Giovani Democratici della Toscana abbiamo quindi deciso di portare all’attenzione questo tema, spinti anche da un documento scritto da noi GD Empolese Valdelsa.
Per questi motivi sosterremo anche le varie iniziative che sono nate e nasceranno a riguardo, come quella di Roberta Crudeli, capogruppo del Partito Democratico al Comune di Carrara, che ha presentato negli scorsi mesi una mozione e come l’interrogazione alla Giunta toscana presentata dalla nostra Consigliera Regionale Alessandra Nardini.
Domani, giovedì 18 agosto, parleremo proprio di questo insieme a loro, in un dibattito organizzato alla Festa de l’Unità del mio paese, Certaldo.
Abbiamo voluto questo momento di riflessione perché in un’epoca in cui la ricerca medica e la scienza fanno enormi progressi per migliorare la qualità della nostra vita, stiamo perdendo per strada un fondamentale diritto delle donne; non possiamo permetterci di stare a guardare mentre tutto questo avviene nel silenzio e nel disinteresse generale.

Margherita Biotti
Consigliera Comunale e Segreteria PD Certaldo

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