“La Toscana non è terra di mafia, ma la mafia c’è” : storie di beni confiscati e altre cose nostre

“La Toscana non è terra di mafia, ma la mafia c’è” : storie di beni confiscati e altre cose nostre

Sono passati 34 anni dalla morte di Pio La Torre, ancora 34 anni dalla emanazione della Legge Rognoni La Torre (646/1982), 21 anni dalla raccolta firm...

Sono passati 34 anni dalla morte di Pio La Torre, ancora 34 anni dalla emanazione della Legge Rognoni La Torre (646/1982), 21 anni dalla raccolta firme indetta da Libera e altre associazioni che portarono all’introduzione della legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali. Il 7 marzo 1996 rappresentò l’atto finale per cui Pio La Torre aveva da sempre lottato: colpire le mafie in uno degli ambiti più forti del loro potere, ovvero la ricchezza, le proprietà.
Pio La Torre, politico siciliano assassinato a Palermo nell’aprile del 1982 perché attento sostenitore dell’antimafia sociale (la sua morte infatti  fu voluta, fra gli altri,  da Riina e Provenzano, scomparso pochi giorni fa),
fu il primo firmatario della legge che introdusse nel nostro codice penale il reato specifico di associazione mafiosa (art. 416 – bis): un reato che andava a sanare una falla nel sistema, una lacuna eclatante colmata solo dopo migliaia di morti e vessazione,  un vuoto normativo pagato dallo stesso Pio con la vita.
Si deve aggiunge poi che la stessa 646/82 non si limitava a dare un nome, a definire, quel cancro diffuso nella società, ma introduceva anche la pena di sottrazione di beni mobili ed immobili accumulati illecitamente: una scelta precisa appunto, quella di spogliare le organizzazioni della loro ricchezza primaria, la proprietà.
Mancava ancora qualcosa però, un passo ulteriore doveva essere ancora fatto.
A distanza di anni, infatti,  arrivò la raccolta firme per una legge che rendesse questi beni utili alla società, nuovamente vivi e fruibili nei territori in cui si trovavano.
Una raccolta firme promossa dal tessuto sociale dell’antimafia guidata da Libera e che rese possibile una riutilizzo di immobili su tutto il territorio nazionale, una sorta di “contrappasso” (come si legge nel sito nazionale di Libera) per nutrire il seme dell’antimafia e creare nella società gli anticorpi  verso la criminalità organizzata.
Ma adesso veniamo alla Toscana, alla nostra regione.
O meglio, ancora prima veniamo al Centro Nord, quello dei nostri anni, quello delle troppe persone che ancora voltano la testa e non ammettono la presenza sui nostri territori di un diffuso tessuto di mafie, negando o non prendendo coscienza di una problematica reale e diffusa, ma piuttosto relegando il tema ad una questione meridionale, per usare le parole di Salvemini.
Passiamo quindi nello specifico alla Toscana, dove sono 171 i beni confiscati che ci fanno tornare alla mente ciò che diceva il giudice Caponnetto: “la Toscana non è terra di mafia, ma la mafia c’è”.
Una regione, la nostra, da sempre in prima linea per la legalità, cellula attenta e impegnata nell’antimafia, storicamente costellata di un associazionismo vivo e attivo anche in questo campo.
Nella nuova Giunta Regionale, la delega alla sicurezza e cultura alla legalità è stata  affidata a Vittorio Bugli, il quale lo scorso 14 dicembre ha riunito il Tavolo regionale sui Beni Confiscati, con la partecipazione del direttore dell’Agenzia Nazionale, della Prefettura di Firenze e di tutte le associazioni, con lo scopo di avviare un percorso di studio per ogni singolo bene e  prevederne quindi l’assegnazione a cooperative ed associazioni per la promozione sociale degli stessi e la loro rinascita.
Ad oggi i beni assegnati sono 40, e a breve  saranno 41: infatti proprio pochi giorni fa, il 14 luglio,  ė arrivata la notizia della firma di un protocollo per la gestione di Suvignano, il più grande bene confiscato al centro nord (Monteroni d’Arbia), con un passato turbolento sotto molti aspetti (sequestrato durante un’indagine guidata da Falcone nel 1983, poi nuovamente svincolato per essere sottratto del tutto alla Famiglia Piazza – legata a Provenzano e Riina – nel 1996),  e non solo per il lungo iter burocratico, che ha visto fino ad oggi un alternarsi di possibili destinazioni fra cui anche la beffa di una possibile vendita all’asta, che provocò un’imponente protesta.
Il protocollo, dalla durata di cinque anni,  prevede la realizzazione di un progetto pilota per la realizzazione di agricoltura sociale e  impresa per la gestione dei beni confiscati alla criminalità; un’operazione guidata dal Prefetto Umberto Postiglione, Direttore dell’Agenzia per i Beni Confiscati, che ha visto coinvolte la Regione, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ed i Comuni su cui insistono gli immobili e i terreni.
Speriamo dunque che da oggi, finalmente, il percorso possa essere in  discesa, e che non debba subire ulteriori battute d’arresto.
Ci auguriamo anche che per  tutti i restanti beni ancora da assegnare sia forte la volontà politica di farlo: fatti e non soltanto parole e intenti da riportare all’interno di un dibattito o di un articolo. Sappiamo che burocraticamente non sempre ė  così facile e veloce, ma la lotta alle mafie ha bisogno di risposte certe e tempestive.
Vogliamo togliere l’ossigeno alla criminalità, vogliamo coltivare la legalità a partire proprio da quei terreni, e speriamo che le nostre parole possano essere di sprono in questo.
Siamo ragazze e ragazzi che da anni portano il loro contributo nei campi di lavoro organizzati da Libera e da Arci, in quelle terre riportate a nuova vita dove anche la fatica del lavoro ha un sapore diverso, migliore; facciamo parte dell’associazionismo sociale e non solo politico, crediamo che sia fondamentale promuovere la cultura della legalità a partire dalle scuole, luoghi dove si formano le nuove generazioni, che devono imparare non solo a ricordare e onorare chi ha speso la vita contro le mafie, ma anche ad essere essi stessi cellule dell’antimafia, cellule di sana connessione sociale.
Crediamo sia fondamentale che la politica parli di questo, che se ne occupi, che collabori con l’associazionismo che da anni si occupa di legalità.
Noi vogliamo fare la nostra parte: vogliamo essere nei territori a ribadire il nostro no a tutte le mafie. Vogliamo esserci perché i giovani sono il futuro, e noi il futuro lo vogliamo libero e pulito, non avvelenato dalle mafie. Lo vogliamo migliore, e sta a noi lottare per averlo.
Ed oggi sono passati 24 anni dalla morte di Paolo Borsellino, da quel caldissimo 19 luglio 1992, in cui in via D’Amelio lo scoppio di un’autobomba tolse la vita al magistrato e agli agenti della scorta. Una morte scalfita nella storia, non l’unica certo, non la prima, ma sicuramente la morte di una figura fondamentale per la magistratura italiana impegnata nella lotta alla mafia.
E infine, in ultima istanza, mi permetto una piccola riflessione del tutto personale: per me Paolo Borsellino ė stato un eroe, un supereroe.
Sì, lo so, non si dovrebbe parlare di eroismo, ma solo di coscienza, di una vita passata a compiere un atto che doveva essere fatto, di una vita passata al non sottrarsi al proprio dovere, come avrebbe detto Falcone.
Lo so che non si dovrobbe parlare di eroi, ma ecco, come dovremmo chiamarlo, o meglio, come dovremmo chiamarli, coloro che hanno perso la vita durante gli anni in cui noi nascevamo, in modo così violento e perfettamente consci dei rischi che stavano correndo?!
Conoscevano la spregiudicatezza del cancro contro cui lottavano, conoscevano benissimo i rischi ai quali avevano scelto di non sottrarsi.
Avevano scelto appunto: scelto la strada della giustizia, quella più difficile, quella più rischiosa. O forse, per loro, non era neppure una scelta, era l’unica strada che avrebbero potuto percorrere, era La strada da percorrere.
Viceversa ci furono molti che niente fecero e niente videro, ma che tutto permisero.
Anche loro fecero la loro scelta: quella di essere parte, complici, di quel cancro che avvelena la società, oggi come allora.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
E, come dicevamo, queste persone lo sanno benissimo: sanno che si muore generalmente perché si ė soli o perché si ė entrati in un gioco troppo grande, si muore perché non si dispone delle “necessarie” alleanze, perché si ė privi di sostegno.
Come li dovrei chiamare  allora, se non eroi?!
Eroi, ma anche uomini e donne, persone come noi.
Li immagino avere le naturali paure che avremmo tutti,  quelle che ti tengono sveglio nel cuore della notte a chiederti chi si prenderà cura della tua famiglia quando tu non ci sarai più.  Perché accadrà, lo sanno benissimo.
Sanno benissimo di essere “morti che camminano”.
Sanno e scelgono, sperando di non essere soli in questa battaglia, perché, come diceva Falcone: “la mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Federica Scirè

Responsabile Legalità GD Toscana

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