La ricetta  di Profumo: più tasse per tutti!

La ricetta di Profumo: più tasse per tutti!

Partiamo da una buona notizia: grazie ad un emendamento del PD sono salvi i 30 milioni di euro che erano stati sottratti agli enti di Ricerca dalla sp...

Partiamo da una buona notizia: grazie ad un emendamento del PD sono salvi i 30 milioni di euro che erano stati sottratti agli enti di Ricerca dalla spending review.

Ora la battaglia continua su altre norme che interessano in modo significativo gli studenti universitari. I prossimi giorni, infatti, saranno decisivi per le sorti dell’ormai famoso comma 7 dell’art. 42 del decreto legge n. 95 in materia di revisione della spesa pubblica, c.d. “spending review”, norma che ha sancito la liberalizzazione della contribuzione studentesca, modificando il limite stabilito dal DPR 306/1997 che obbligava gli Atenei a non prelevare dalle tasse degli studenti più del 20%  delle risorse assegnate dal fondo di finanziamento ordinario ( FFO).

Nell’assemblea nazionale del Partito democratico, tenutasi il 14 luglio, è stato approvato un ordine del giorno presentato dai Giovani Democratici  e dalla Rete Universitaria Nazionale che impegnava i gruppi parlamentari del PD a stralciare la norma in questione che consentirebbe agli atenei di aumentare le tasse universitarie in maniera spropositata, quasi il doppio di quelle attuali. In attesa di buone notizie dal Parlamento (giovedì inizia l’iter per l’approvazione del provvedimento al Senato), riteniamo importante esprimere alcune considerazioni con riferimento  all’acceso dibattito che si è scatenato intorno al tormentone se sia giusto o meno alzare le tasse ai fuoricorso, argomento strumentalizzato  visto che l’aumento riguarderà tutti gli studenti e non solo una particolare categoria.

In questi giorni sociologi, politici e accademici si sono sbizzarriti a sostenere la tesi che il Ministro Profumo aveva illustrato nelle ultime uscite pubbliche e cioè che gli studenti fuori corso costituissero un peso per l’università italiana e che la nuova modalità di valutare il rapporto tra le tasse e il fondo di funzionamento ordinario ( nel limite del 20%) conterrebbe un forte messaggio pedagogico agli studenti: imparare a non perdere tempo.

Da mesi siamo ormai abituati ai giochi di prestigio dei “tecnici”, abili con le parole  e soprattutto con i numeri. Anche in questo caso il Ministro è riuscito attraverso un artificio contabile a scaricare sugli studenti il costo dei tagli al sistema universitario. Negli ultimi tre anni  il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è passato dai 7,5 mld del 2009 ai 7 mld del 2012 e nel 2013 sarà ridotto a circa 6,5 mld di euro, di cui 6,4mld serviranno a pagare gli stipendi del personale ( la c.d. spesa storica). Un situazione al limite del collasso che ha spinto negli anni i rettori di 33 università ( il 60% di quelle statali) a sforare ampiamente il tetto del 20%. Una prassi che è stata seguita fino a quando le ragioni degli studenti, nel caso specifico si trattava dell’Università di Pavia, sono state riconosciute dal TAR della Lombardia che ha condannato l’università a restituire agli studenti le tasse raccolte in eccesso ( il limite del 20% era stato superato di ben 3 punti percentuali). La sentenza in questione ha costituito un vero campanello d’allarme per i rettori: troppo forte era il rischio di perdere altri ricorsi e di dover restituire quanto indebitamente percepito dagli studenti negli anni, un malloppo di oltre 700 milioni di euro.

La norma introdotta nella spending review corre in soccorso dei rettori non virtuosi andando a modificare la modalità di calcolo del limite del 20%, a spese dei soliti noti: gli studenti. Innanzitutto tale limite sarà considerato non più solo sul totale delle somme derivanti dal fondo di finanziamento ordinario ma sull’intero ammontare dei finanziamenti statali, compresi i fondi per l’edilizia universitaria e  le risorse collegati ai PRIN ( progetti di ricerca di interesse nazionale). Ma la novità più grave è che i contributi  studenteschi che dovranno rientrare nel limite del 20% non sono più quelli versati dall’intera popolazione studentesca ma solo quelli  versati “dagli studenti italiani e comunitari  entro la durata normale dei rispettivi programmi di laurea”. Restano fuori dal calcolo, dunque, le tasse degli studenti extra- comunitari ( tra cui molti stranieri di seconda generazione) e degli studenti fuori corso, in merito alle quali non è previsto alcun limite massimo.

Fermo restando il carattere irragionevolemte discriminatorio della norma a svantaggio degli studenti extra-comunitari (nella speranza che si tatti di un errore), il gioco di prestigio è evidente: rappresentando gli studenti fuori corso la metà della popolazione studentesca (il 56% del totale) le Università avranno ampi margini di manovra per rientrare nel limite del 20% e alzare le tasse fino a quasi il doppio rispetto a quanto richiesto ad oggi (con un aumento potenziale di circa 600 euro). Altro che messaggio pedagogico. Spostando l’attenzione sugli studenti fuori corso il Governo, per rimediare agli ulteriori tagli lineari al sistema universitario, farà ancora cassa a spese di TUTTI gli studenti. Eppure molti esperti del settore, rilanciati da alcuni mass media esperti nell’opera di disinformazione, non hanno esitato a perorare la crociata di Profumo contro gli studenti fuori corso, diventati all’improvviso il male dell’università italiana, la vera causa della scarsità fondi che arrivano alle università.

Ma chi sono gli studenti fuori corso e davvero rappresentano un peso determinante per l’università italiana?

In molti hanno sostenuto come il nostro Paese rappresenti un’anomalia nel panorama internazionale per la presenza della categoria dello studente fuori corso, proponendo un’opera di normalizzazione dei percorsi di carriera. Tuttavia, se si analizza l’intero contesto che circonda lo studente fuori corso si arriva a comprendere anche alcune cause che hanno dato vita a questo fenomeno.

Innanzitutto occorre precisare che quando si parla di studenti fuori corso si fa riferimento ad un’ampia e variegata categoria di studenti che comprende certamente quelli svogliati e magari bamboccioni, affiancati però da quelli che lavorano per pagarsi gli studi universitari, da  quelli che hanno interrotto gli studi a causa di gravi eventi personali o malattie  o da coloro che hanno lasciato l’università per essere entrati nel mondo del lavoro e l’hanno ripresa per portare al termine il loro percorso. Il ministro Profumo lo sa bene ma nel fare un distinguo ha salvato solo coloro che lavorano stabilmente (magari con un part time) e che pertanto hanno una diversa pianificazione degli studi, tutti gli altri vanno “moralizzati”.

Forse alcuni dati recenti possono servire a far capire che la realtà di cui parla il Ministro non esiste affatto, almeno nel nostro Paese. Il recente rapporto illustrato dalla Banca d’Italia e Union Camere fotografa un Paese in cui solo due nuovi assunti su dieci riescono a siglare un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il 23,2 per cento degli studenti  fuori corso che lavora possiede un contratto a brevissimo termine o lavorano a nero, e solo il 16,4 per cento ha un contratto stabile.

In Toscana sono fuori corso 39 studenti su 100. Secondo il rapporto IRPET sul sistema universitario in Toscana per 100 immatricolati ve ne sono 18 che abbandonano al 1° anno ed altri 7 che sono inattivi, cioè che  rimanendo all’interno del mondo universitario  non acquisiscono nemmeno un credito, mentre  25 studenti su 100 lasciano invece entro il 2° anno.

Numeri senz’altro preoccupanti che devono certamente meritare una riflessione approfondita, non sganciata però dalla ricerca dei fattori che possono dare origine a queste cifre.

Innanzitutto la possibilità di frequentare con assiduità i corsi incide sulla regolarità del percorso di studi: gli studenti frequentanti, infatti, dimostrano una maggiore capacità di terminare gli studi nei tempi previsti.

L’ indagine AlmaLaurea del 2008 evidenzia  come tale possibilità sia strettamente  collegata con la condizione occupazionale degli studenti. La capacità di frequentare le lezioni ( e quindi di rispettare il calendario degli appelli) varia notevolmente in base alla condizione occupazionale: il 76% dei laureati come “studenti-non lavoratori” ha frequentato oltre i tre quarti degli insegnamenti, contro il 63% degli studenti-lavoratori e il 31% dei lavoratori-studenti. Ne deriva, dunque , “una stretta relazione tra lavoro durante gli studi e frequenza alle lezioni: al crescere dell’impegno lavorativo degli studenti diminuisce l’assiduità nel frequentare”(AlmaLaurea, 2008).

A ciò si aggiunge la complessità dei percorsi formativi, il rapporto studenti/docenti che non è paragonabile a quello degli altri Paesi e che impedisce agli studenti un’interazione diretta con il docente (che non più quindi seguire lo studente durante corso),e  magari la voglia dello studente di approfondire in modo serio lo studio  sui libri o di integrarlo con percorsi di formazione all’estero ( erasmus ecc..)  o con contatti con il mondo del lavoro (stages); esperienze che certamente sottraggono tempo allo studio ma non per questo sono meno importanti per una crescita culturale e professionale dello studente che intraprende tali percorsi.

I fattori che incidono sull’origine del fenomeno dei fuori corso sono, quindi, molteplici, ma per spiegare a fondo questa anomalia tutta  Italiana è bene richiamare ulteriori dati.

Nell’ultimo anno accademico le immatricolazioni sono scese sotto la soglia delle 300.000 (si attestano a 293mila ) con una diminuzione di oltre 15mila unità di immatricolati diciannovenni, percentuale  in Italia più bassa della media dei Paesi OECD: 51% contro 56% ( il dato era cresciuto ininterrottamente dal secondo dopoguerra fino al 2005).

La maggior parte degli studenti italiani sono costretti a vivere con i genitori, il 73% vive in famiglia – superata solo da Malta con il 76%. All’opposto, negli stati scandinavi (Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia), tale percentuale oscilla tra il 4 e il 12% degli studenti. Il 50,6% degli studenti è pendolare, con evidenti ricadute sulla possibilità di seguire le lezioni in maniera regolare (i dati sono tratti dalla Sesta Indagine Eurostudent sulle condizioni di vita e di studio degli studenti universitari italiani).

Infine merita di ricordare il ritardo tutto italiano in materia di Diritto allo studio: solo il 7% degli iscritti ha una borsa di studio contro il 25% della Francia, il 30% della Germania e il 18% della Spagna e nel nostro Paese esiste ancora la categoria dell’idoneo non vincitore, una condizione che accomuna  circa 45.000 studenti che pur avendo i requisiti economici e di merito non possono accedere alla borsa di studio per la scarsità di fondi.

Non sono forse queste le vere anomalie dell’Università Italiana di cui si dovrebbe occupare il Ministro Profumo?

Ricorre il dubbio che con il tormentone del colpo ai fuori corso si sia voluto coprire dal punto di vista mediatico una vera e propria liberalizzazione della contribuzione studentesca in un Paese che al momento è già  terzo in Europa, dopo Gran Bretagna e Olanda, per importo delle tasse universitarie (rapporto OECD Education at Glance 2011). L’intento chiaro è di contrapporre gli studenti virtuosi contro gli studenti non virtuosi per nascondere un aumento generalizzato delle tasse universitarie. Un metodo già sperimentato con il fallito tentativo di abolire il valore legale della laurea, dibattito che era strettamente collegato al tema della liberalizzazione delle tasse universitarie e che abbiamo affrontato accuratamente con un documento nei mesi scorsi. https://www.gdtoscana.it/component/content/article/34-generiche/140-i-giovani-democratici-della-toscana-contro-labolizione-del-valore-legale-della-laurea-la-liberalizzazione-delle-tasse-universitarie-e-i-prestiti-donore

In quel caso, il questionario lanciato sul sito del MIUR aveva dato torto al Ministro: delle circa 20.000 risposte complete circa il 75% erano a favore del riconoscimento legale della laurea.

Auspichiamo che la norma venga stralciata per evitare quello che è già accaduto in Inghilterra con il recente aumento delle tasse introdotto dal Governo Cameron, che ha comportato un brusco calo delle immatricolazioni.

In un Paese in cui l’ascensore sociale è palesemente fermo, una norma del genere priverebbe tanti ragazzi della possibilità di accedere all’ istruzione universitaria, segnando un ulteriore passo indietro sulla strada dei diritti.

Qualche settimana fa il Ministro Profumo aveva risposto seccamente alle critiche giunte dalla CRUI in merito all’ipotesi, fortunatamente evitata, di un ulteriore taglio al Fondo di finanziamento ordinario  (a vantaggio delle scuole private)   paragonando in un comunicato sul sito del MIUR i suoi ex colleghi al famoso cane di Pavlov. Volendo rimanere in tema di citazioni sugli animali constatiamo come l’agire del Ministro sui temi del valore legale della laurea e sull’aumento delle tasse universitarie ricalchi alla perfezione il passo del romanzo di Orwell “ la fattoria degli animali” e precisamente la Frase che nell’ultimo capitolo viene scritta al posto dei Sette Comandamenti : “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. ».

Con buona pace dell’art. 34 della nostra Costituzione.

COMMENTS

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0