La linea del fronte per Usa 2012: fisco, sanità, diritto di voto

La linea del fronte per Usa 2012: fisco, sanità, diritto di voto

Jim Messina, a capo del comitato elettorale di Obama, ha scritto al suo omologo repubblicano, Matt Rhoades, proponendo un’offerta: se Romney rilascerà...

Jim Messina, a capo del comitato elettorale di Obama, ha scritto al suo omologo repubblicano, Matt Rhoades, proponendo un’offerta: se Romney rilascerà le dichiarazioni dei redditi per gli anni 2007-2011, quelli cioè in cui è stato candidato alla presidenza, la campagna di Obama cesserà di attaccarlo su questo fronte. Poiché ha già reso pubblico gran parte del periodo 2010-2011, Romney dovrebbe rilasciare i redditi per solo altri tre anni. Chiaramente l’offerta mantiene l’iniziativa nelle mani dei democratici, senza però farli apparire come intenzionati a spostarsi su attacchi puramente personali. Sapere se un candidato alla Presidenza ha pagato o no le tasse negli anni in cui si proponeva come capo dello Stato è una richiesta del tutto conforme al senso comune degli elettori. Se Romney rifiuta questa offerta, come ha rifiutato, si lascia esposto a critiche che non smentisce. Se invece avesse accettato, sarebbe apparso come un candidato debole, messo all’angolo da una aggressiva campagna avversaria. Romney ha comunque assicurato, in una dichiarazione che ha del tragicomico, di aver pagato «almeno il 13%», non potendo nascondere l’iniquità del sistema fiscale americano.

A complicare il problema c’è il fatto che i suoi trascorsi come imprenditore di successo erano proprio il punto forte delle credenziali di Romney per essere eletto Presidente. Anche i repubblicani stanno provando ad attaccare questa strategia. Sicuri che la scelta di Ryan per la vicepresidenza avrebbe provocato un fuoco di fila contro la sua proposta di abolire la sanità pubblica, hanno lasciato correre questo attacco per poi ricorrere ad un asso nella manica: l’amministrazione Obama, dicono, ha già tagliato 716 miliardi di dollari al programma Medicare. L’accusa è falsa: non si tratta di tagli, ma di risparmi nella spesa derivanti dalla riforma sanitaria. Per quanto falsa, è un’accusa che non andrebbe sottovalutata: nel 2004, con la guerra in Iraq come tema principale, Kerry aveva un invidiabile asset di due medaglie al valore conquistate in Vietnam, a fronte di un Bush che era stato “imboscato” nella Guardia Nazionale del Texas. Un gruppo di veterani del Vietnam a sostegno di Bush, però, puntò il dito contro il successivo impegno di Kerry nell’associazione “Veterans for Peace” e sollevò dubbi sul suo effettivo ruolo nella guerra. Anche a causa di una certa rigidità della campagna democratica, questo attacco riuscì a demolire il punto forte di Kerry.

In ogni caso, nella sua prima uscita pubblica sul tema Medicare, Ryan ha implicitamente sconfessato le sue stesse proposte. Comparendo con la madre a un comizio in Florida, ha dichiarato che Medicare, in quanto finanziato da tasse sul reddito, costituisce una promessa fatta dallo Stato ai futuri pensionati (si accede a Medicare a partire dai 65 anni), promessa che non può essere tradita. Ryan ha anche rilasciato le dichiarazioni dei redditi per gli anni 2010-11 (cioè lo stesso periodo reso pubblico da Romney). Ne risulta che su un reddito totale di 540mila dollari Ryan ha pagato il 19%, mentre nello stesso periodo Romney ha guadagnato 42 milioni di dollari pagando il 14%.

Lo scontro continua anche sulle leggi elettorali. In Pennsylvania proseguono i ricorsi contro l’obbligo di poter votare solo se si esibisce un documento di identità, che negli Stati Uniti è rilasciato solo su richiesta: al di là delle difficoltà e lentezze burocratiche, il rischio concreto è che gli elettori dei gruppi socialmente più deboli non vengano neanche a conoscenza di questo nuovo requisito. A conferma di quanto sia profondo l’attacco sferrato dal partito repubblicano, Todd Akin, loro candidato al Senato per il Missouri, ha chiesto l’abrogazione delle leggi che negli anni Sessanta hanno stabilito l’applicazione dei pieni diritti civili e politici senza distinzioni razziali. Il governo federale – è la sua idea – non dovrebbe dettare regole sull’elettorato.

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