La dignità è una cosa seria! Cambiamo radicalmente le politiche per il Lavoro

La dignità è una cosa seria! Cambiamo radicalmente le politiche per il Lavoro

  Il Ministro Di Maio ha ragione: serve rimettere al centro la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, ridiscutere di diritti sociali e lotta...

 

Il Ministro Di Maio ha ragione: serve rimettere al centro la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, ridiscutere di diritti sociali e lottare contro la precarietà. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un decreto farraginoso, lontano dagli obiettivi prefissati e che di dignità, in buona sostanza, ne parla nel solo titolo.

 

Se molti aspetti del Jobs Act non erano certo il migliore dei mondi possibili, fa assolutamente specie assistere al paradosso di chi, mentre afferma di aver appena “licenziato” quell’impianto normativo nato a fine 2014, ne accetta la ratio e ne conferma i principali aspetti.

Nessuno cambiamento, infatti, in termini di licenziamenti collettivi, di offerte di conciliazione volontaria, di regime sanzionatorio per licenziamenti illegittimi nelle PMI e di modalità di calcolo delle indennità risarcitorie: varia soltanto l’indennità risarcitoria per licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo (per cui la reintegra non viene reintrodotta) passando da 2 a 4 mensilità minime e da 24 a 36 mensilità massime. Un aggravio di costi, dunque, che non legato a una misura di riduzione del cuneo fiscale per assunzioni a tempo indeterminato, rischia di creare un effetto domino che potrebbe dare fiato e corpo a una riduzione dei contratti stabili.  A questo, si aggiungono le misure sul contratto a tempo determinato e sulla somministrazione di lavoro e anche in questo caso, pur essendo le ragioni di fondo più che condivisibili (lotta alle forme precarie per definizione), la distanza tra parole e azioni si fa abissale.

 

La lotta alle forme precarie passi anche da una revisione del contratto a chiamata, così come servirebbe uno sforzo in materia di tirocini (pur affidati alle normative regionali). E ancora, nessun accenno alle P.IVA (specie quelle fasulle), alle collaborazioni coordinate continuative e forme assimilate: anche in questo caso, il Ministro ha dovuto con tutta probabilità prendere atto dell’importanza della L. 81/2017 (“Jobs Act degli autonomi”), facendo spalluccia e guardando avanti. Come Giovani Democratici da tempo abbiamo proposto modifiche radicali all’attuale impianto normativo del mondo del Lavoro: norme chiare sui tirocini, capaci di intervenire sulle indennità minime di partecipazione e sulla creazione di “clausole di stabilizzazione” finalizzate ad arginare la dinamica di abuso di queste forme di lavoro, nonché la necessità di una profonda revisione dei praticantati obbligatori per l’accesso alle professioni ordinistiche.

Chiedevamo la revisione delle tutele crescenti un aumento dei costi in situazioni in cui fossero coinvolti soggetti più “difficilmente ricollocabili” all’interno del mondo del lavoro, nonché una revisione delle indennità risarcitorie per licenziamenti illegittimi nelle PMI. Ponevamo, poi, la necessità di affiancare allo “Statuto dei Lavoratori Autonomi” (L. 81/2017, v. supra) uno “Statuto dei piccoli e medi imprenditori” attualmente esclusi dal sistema di tutele degli autonomi nonché l’indifferibile intervento da apportare per la definizione di parametri normativi per la quantificazione dei compensi delle collaborazioni coordinate continuative.

Ancora, ponevamo al centro la necessità di immediata revisione dei contratti a termine, con un aggravio di costi che andasse a toccare anche altre forme di lavoro non stabili (il contratto “a chiamata”, per citarne uno), legandoci alla proposta di riduzione strutturale di 4-5 punti percentuali del costo dei contratti a tempo indeterminato e affiancando a tutto questo la riduzione della durata massima (24 mesi), del numero di proroghe (3) e introducendo un diritto di precedenza anche sulle assunzioni a tempo determinato per lavoratori e lavoratrici che avessero già svolto periodi di lavoro nella medesima azienda.

La formula giallo-verde, al netto del silenzio assordante sui contratti a tempo indeterminato, invece, riparte dalle causali – tanto care ai vecchi Legislatori e alla giurisprudenza – aumentando i termini di impugnazione (solo per contratti a termine, non quelli a tempo indeterminato) e formulandole in modi quanto mai discutibili. Tanto potenziale contenzioso, dunque, e pochissime risposte in termine di precarietà.

A ciò va aggiunto il diverso trattamento previsto per l’istituto delle proroghe (che rimangono 4 anziché 5) fattibili senza causale per i primi 12 mesi e senza aggravio di costi e il trattamento previsto per i casi di riassunzione che prevedono l’utilizzo della causale (sempre e comunque) e che costeranno l’0,5% in più di contribuzione addizionale NASpI (sempre e comunque): una situazione paradossale che porterà, con tutta probabilità, a prorogare 4 volte nel primo anno e poi a cercare altra forza lavoro da assumere per un altro anno senza causale e senza costi aggiuntivi.

Bene soltanto, appunto, la riduzione da 36 a 24 mesi di durata massima, anche se resta la possibilità di un ulteriore “contratto assistito” di 12 mesi (ma non credo che Di Maio ce lo dirà).

Sulla somministrazione di lavoro, invece, dopo roboanti annunci di eliminazione di quella a tempo indeterminato, ci troviamo davanti a un decreto che oltre a non eliminarla, crea le condizioni giuste per “fomentarla”, avendo assimilato la normativa del contratto a termine (v. sopra) con quella della somministrazione a termine. Anche in questo caso, l’“iniziativa-slogan” non conta il fatto che tempo determinato e somministrazione prendono le mosse da direttive europee diverse e che, ancora una volta con tutta probabilità, questo tentativo verrà smantellato quanto prima.

 

Tralascio le delocalizzazioni (in attesa di delucidazioni in merito alle delocalizzazioni dell’ Embraco in Slovacchia – in UE dal 2004 – e della Bekaert in Romania – in UE dal 2007) e provo a concentrarmi sulla questione precarietà.

Il Decreto del Governo Conte, alla prova dei fatti, difficilmente darà risposte a questo problema (e, anzi, potrebbe presto dare il risultato contrario di aver ridotto gli strumenti utili per un contrasto maggiore) ma stupisce come un SuperMinistro come Di Maio (Lavoro e Sviluppo Economico) possa davvero raccontare la “favola” della lotta al precariato attraverso una rimodulazione dei contratti di lavoro. La lotta alla precarietà passa, appunto, prima di tutto dal suo “secondo” Ministero: in materia di innovazione, per esempio, l’Italia è chiamata a giocare un ruolo da protagonista e non accetteremo che il programma “Industria 4.0.” venga cestinato solo perché fatto dal PD poiché da lì passa un potenziale primato del nostro Paese in Europa che dobbiamo ottimizzare e non disperdere. Sull’innovazione, poi, si gioca la partita più complessa: come cambiano e come si relazionano diritti e tutele dei lavoratori e delle lavoratrici in un mondo profondamente diverso da quello di soli 10 anni fa.

 

La lotta al precariato passa, ancora, dall’idea economica e di sviluppo del Paese: su che cosa e come investire, provando a innovare e migliorare la produzione, generando opportunità di lavoro, anche attraverso un rinnovato ruolo dello Stato.  La lotta al precariato passa, inoltre, dal tema della formazione: mi riferisco a un potenziamento dei sistemi di alternanza scuola – lavoro (ripartendo dalle Riforme messe in campo negli ultimi anni), a un nuovo orientamento in entrata e in uscita e un rafforzamento intenso della formazione continua dei lavoratori e delle lavoratrici: “riallacciare i fili” tra domanda e offerta di lavoro, in una Società e in un tessuto produttivo profondamente mutati e mutevoli, deve essere prioritario o sicuramente deve essere posto davanti alla necessità di reinserire causali, riempiendo nuovamente tribunali e commissioni di conciliazione.  Bisogna, poi, provare a rimettere in corretti binari il rapporto tra generazioni del mondo del lavoro: noi stessi abbiamo parlato spesso – anche in ambito di pubblico impiego -di staffetta generazionale, provando a dare risposte lavorative e previdenziali alla nostra generazione.

 

Una volta raccolte le sfide, i cambiamenti, le peculiarità di un sistema, allora sì che si può (si deve) provare a intervenire sulle tipologie contrattuali, sburocratizzandole e favorendo forme di lavoro stabili, non demonizzando in maniera generalizzata altre forme esistenti ma relegandole ai loro giusti ruoli. Caro Ministro Di Maio, “posi” gli slogan per un attimo e pensi che davanti a lei, ci sono un Paese, intere generazioni, uomini e donne che necessitano di risposte vere e concrete in un momento in cui la lotta alle disuguaglianze e la lotta per la dignità sono l’unica stella polare da seguire.

 Mario Taurino

Responsabile Lavoro Giovani Democratici

 

 

 

 

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