ITALIA, 25 ANNI DOPO.

ITALIA, 25 ANNI DOPO.

Se questa storia fosse un film, i nostri giorni e quelli che verranno sarebbero un sequel. Un sequel che arriva a venticinque anni di distanza e che h...

Se questa storia fosse un film, i nostri giorni e quelli che verranno sarebbero un sequel.
Un sequel che arriva a venticinque anni di distanza e che ha cambiato sceneggiatura e protagonisti.
La storia si svolge nel cruciale 1992 quando la Corte di Cassazione a gennaio emette una sentenza che chiude la vicenda conosciuta al mondo intero con il nome di “maxi processo”.
Da Roma arriva dunque l’atto finale di un lavoro di indagini lungo fiumi di inchiostro e di sangue.
La vicenda ebbe inizio nel 1978 quando il magistrato Giovanni Falcone si trasferì da Trapani a Palermo, ritornando nella sua città natale e di studi universitari.
Al Palazzo di giustizia trovò Rocco Chinnici, un magistrato diverso dagli altri che nelle sue ore libere girava per le scuole e raccontava ai ragazzi un fenomeno consolidato ma che in molti negavano: la mafia. Infatti riteneva che «parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi […] fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai».
La cooperazione fra i due giudici istruttori, Falcone e Chinnici, e l’incontro, decisivo, di Falcone con Ninni Cassarà, capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo, portò alla raccolta di molte informazioni inerenti le famiglie mafiose siciliane che all’epoca erano in combutta fra loro.
A Rocco Chinnici si deve la creazione del così detto “pool antimafia” e cioè la riunione di vari giudici istruttori, fra cui Paolo Borsellino, che riuscirono nell’impresa di istruire il maxi processo: raccolsero, cioè, tutto ciò che necessitava per imbastire un processo penale di quelle dimensioni.
Il loro lavoro non si fermò neppure quando un’auto bomba fece saltare in aria il giudice Rocco Chinnici, sotto casa sua.
Fu così infatti che da Firenze nel 1984 chiese ed ottenne il  trasferimento a Palermo (anche in questo caso un rientro nella città d’origine) Antonino Caponnetto, magistrato più che sessantenne.
Caponnetto continuò il lavoro di Chinnici, accompagnando il pool alle porte del maxi processo.
Di quest’ultimo, però, nessuno volle rivestire la carica di presidente. Ed infatti dopo varie ricerche, accettò un magistrato della sezione civile, Alfonso Giordano.
A lui affiancarono il giudice Pietro Grasso. Fu lui ad aver indagato per primo sulla morte del presidente democristiano della regione Sicilia, Piersanti Mattarella, ucciso in auto mentre si recava con la sua famiglia alla Messa dell’Epifania.
Fu così che nel 1986 si giunse alla prima udienza di quello che fu poi definito “maxi processo” per le dimensioni che presentò: basti pensare che in primo grado gli imputati furono ben 475.
Ed il processo, per accogliere ben 475 imputati e 200 avvocati, si svolse nell’aula bunker del Tribunale di Palermo.
La parola fine a questa vicenda giudiziaria intrapresa nel 1986 si ebbe con la sentenza di Cassazione nel 1992.
Se questa storia fosse un film, dicevamo all’inizio, giunti alla sentenza di Cassazione del 1992 avremmo un flashback che brevemente presenterebbe cosa in realtà successe al giudice istruttore Giovanni Falcone dal 1986 al 1992, parallelamente al prosieguo del maxi processo (in Primo grado, in Appello ed in Cassazione).
Falcone venne, diversamente da quello che si possa immaginare, aspramente criticato e più di una volta osteggiato. Gli vennero rivolte accuse colorite, gli archivi ormai non più solo cartacei possono testimoniare quella “terra bruciata” attorno al magistrato, di cui egli stesso parlò.
Note sono le parole di una cittadina palermitana che con una lettera al Giornale di Sicilia sostenne: “non è che questi “egregi signori” potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette di periferia della città, in modo tale che sia tutelata l’incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione?”.

Ma dentro i Palazzi venne osteggiato se possibile ancora di più; basti pensare a quando il Csm preferì, nel 1987, Meli a Falcone come coordinatore del pool antimafia, dopo l’abbandono di Caponnetto per ragioni d’età.
Il nuovo coordinatore smantellò il pool, “vanificando tutto il lavoro fatto” chiosò il suo predecessore Caponnetto.
Si giunse al 1989, anno in cui fallì l’attentato all’Addaura sempre a discapito del giudice Falcone. Si trovava, infatti, con la moglie, in pieno giugno, in una villetta a sud di Mondello; lì gli agenti di polizia addetti alla protezione del magistrato riuscirono a sventrare 58 cartucce di esplosivo.

Il clima di ostilità non cessò: è noto come il nostro magistrato venne bocciato come procuratore di Palermo e bocciato come candidato al Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).
Fu così che si giunse al 1990.
Giovanni Falcone decise di accettare la proposta di Claudio Martelli, allora vicepresidente del Consiglio e Ministro di Grazia e Giustizia.
Martelli, ministro socialista, gli offrì la dirigenza della sezione Affari Penali del Ministero, con la responsabilità di coordinare a livello nazionale la lotta contro la criminalità organizzata.

Qui, in meno di due anni, Giovanni Falcone riuscì a progettare due strutture di base nazionale che oggi conosciamo come D.N.A. e D.I.A. che sciolte dall’acronimo stanno rispettivamente per “direzione nazionale antimafia” e “direzione investigativa antimafia”. Questi organismi, formati da polizia, carabinieri e guardia di finanza, si occupano in via esclusiva di tutte le indagini antimafia.

Sempre al suo lavoro al Ministero si debbono i provvedimenti antiracket, la legge sui collaboratori di giustizia, il carcere duro per i mafiosi (noto come “il 41 bis”, in riferimento all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, che lo prevede) ed ancora il coordinamento internazionale con le polizie e le magistrature europee e non.

Il lavoro al Ministero continua fin tanto che, il 23 maggio 1992, un volo Alitalia riporta da Roma il magistrato, sua moglie (anch’ella magistrato nella sezione minorile) e la sua scorta a Palermo.
Sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci venne azionata l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada.

La prima auto composta dai tre agenti Montinaro, Schifani e Dicillo venne travolta dall’esplosione e questi ultimi morirono sul colpo. Falcone alla guida della seconda auto e la moglie Francesca Morvillo seduta al suo fianco morirono quale ora dopo all’ospedale di Palermo. Mentre la terza auto della scorta resistette, lasciando in salvo i suoi componenti.
Questa storia si conclude nel maggio 1992 con l’omicidio plurimo da parte dei Corleonesi di ben 5 persone.

Se questa storia fosse un film, i nostri giorni e quelli che verranno sarebbero un sequel, dicevamo all’inizio.
Una continuazione però che ha nomi, date e vicende diverse e lontane seppure legate.
Se questo sequel avrà la fortuna di avere un finale più felice, se avrà la costanza di mettere a frutto quanto cominciato anni fa, se godendo di stabili fondamenta sarà in grado di alzarsi a grattacielo, se avrà la forza di presentare al mondo intero la fine del fenomeno umano “mafia”, ebbene se avrà tutte queste caratteristiche, non sarà stato vano il sacrificio che semplici uomini e donne, semplici civili in gergo militare, fautori del loro lavoro quotidiano, furono chiamati a compiere.
Se i nostri giorni, se i nostri anni, saranno in grado di connettere le azioni di ognuno ai valori generalmente riconosciuti, allora sarà un gran bel sequel.
Un sequel che avrà bisogno di tutta la nostra lealtà nella semplice quotidianità, per essere costruito.
Ad oggi, 23 maggio 2017, ciò che possiamo fare è pensare ad un bilancio: sono trascorsi 25 anni dal 1992, anno di stragi.
In questo quarto di secolo cosa è successo? Dove siamo arrivati? Cosa resta a noi di quei 5 martiri civili?

 

Il senso di colpa di alcuni si è trasformato in fertilizzante? L’ipocrisia che ebbe la meglio nel 1992, l’abbiamo debellata? Viene fatta a noi e da noi una chiara periferica su quello che è stato detto prima e dopo la morte del giudice Falcone?
La coscienza in merito a questo tema delle nostre istituzioni si ravvisa solo nelle ricorrenze?
Ai 5 martiri laici di questa vicenda, ai tanti (troppi) martiri laici di altre vicende, che ci fanno godere di un’Italia meno laida e sguaiata dobbiamo quanto meno qualche minuto di riflessione.

Non fosse altro perché saremo noi, con la nostra vita, a contribuire alla ripresa di questo sequel che chiamiamo futuro.
Gisella Ferrara

COMMENTS

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0