Investiamo sul sapere di D. Costantino – F. Raciti

In centinaia di città italiane studenti e docenti sono impegnati in una mobilitazione nazionale di cui nessuno può ignorare la portata politica, il go...

In centinaia di città italiane studenti e docenti sono impegnati in una mobilitazione nazionale di cui nessuno può ignorare la portata politica, il governo e la sinistra in primis.

Stilare il riassunto di questi anni è purtroppo cosa facile e triste, ancor di più se le aspettative che il Paese nutriva nel governo dei professori si sono frantumate contro i tagli che non hanno risparmiato scuola, università e ricerca, già impoverite e relegate ai margini di un sistema produttivo che ritiene di dovere fare a meno della conoscenza.

Poche settimane fa l’assessore all’Istruzione di Pesaro ha spedito una lettera ai presidi delle scuole della provincia, comunicando l’impossibilità di tenere aperte le scuole al pomeriggio per ristrettezze economiche. Ad Alessandria stessa cosa. Nel mezzogiorno le scuole aperte tutto il giorno si vedono solo durante le pulizie generali. Il Ministro Profumo, appena nominato, diceva di ritenersi uno studente che sulla scuola aveva molto da apprendere. Ad oggi la valutazione, se possiamo darla, non è delle migliori.

Le crociate per il merito, il welfare studentesco minato dai tagli agli enti locali, il processo trasversale condotto sulle spalle del sapere, condannano il Paese al suo presente, bloccato nell’emergenza della crisi. Oggi la sinistra deve cogliere il senso profondo della mobilitazione delle scuole, non deve permettere che il governo approvi un’altra stangata, oggi insostenibile, deve correggere ulteriormente la legge 953, ex Aprea, per non perdere il treno della riforma dell’autonomia, non relegandola ai principi dell’efficientismo dirigenziale, in cui non c’è spazio per gli studenti. Il movimento e il sindacato però non possono accontentarsi di queste sentite e giuste rivendicazioni.

Correggere la linea del governo è necessario, ma non sufficiente. La sfida che abbiamo di fronte non riguarda solo il sindacato, le associazioni studentesche, ma tutta la sinistra. Ci chiama a fare i conti col nostro sistema di sviluppo, con l’economia di carta, più incline ai profitti degli azionisti di turno, che allo sviluppo del territorio. Il prossimo governo avrà il compito difficile di uscire dalla crisi, ci vogliono pensieri lunghi e accompagnatori coraggiosi.

La conoscenza deve essere il centro delle politiche di sviluppo non solo per risolvere le questioni di competitività e produttività, ma per cambiare profondamente i modi e i fini della produzione, in cui la cultura sia il mezzo e il fine per creare uno sviluppo sostenibile, che sappia assorbire le competenze delle mani e della mente.

La politica deve stringere un patto costituente sulla scuola, l’università e la ricerca, senza scadere nel generalismo – ogni scelta ha i suoi pesi e le sue parti – per dare un orizzonte chiaro al mondo del sapere, con la consapevolezza che non possiamo permetterci più riforme che nascono e muoiono con l’alternarsi dei governi. Vogliamo interpretare a pieno il ruolo della nostra generazione. Quei ragazzi hanno fame di esserci, vogliono contare, dire la propria. Per un’Italia del domani bisogna rimettere in moto il sapere di oggi.

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