Il silenzioso esodo dei giovani italiani

Il silenzioso esodo dei giovani italiani

Negli ultimi giorni diversi giornali hanno riportato la notizia del trasferimento della residenza all’estero da parte di 90mila italiani, di cui oltre...

Negli ultimi giorni diversi giornali hanno riportato la notizia del trasferimento della residenza all’estero da parte di 90mila italiani, di cui oltre la metà under 40. L’ennesimo dato che testimonia un esodo sempre più marcato da parte delle generazioni più giovani, e produttive, verso mete e Paesi in grado di valorizzare meglio la loro formazione e le loro competenze.
La crescita dei trasferimenti degli under 40 è stata del 34 % in tre anni e le mete più ricercate sono Regno Unito, Germani, Francia, Svizzera, Stati Uniti, Spagna. Ogni mille persone under 40, c’è una media di 3,3 di loro che ha deciso di lasciare il nostro Paese.
L’Italia ha vissuto periodi di migrazione più intensi agli inizi del secolo scorso, ma mai come oggi ha esportato fuori dai propri confini personale qualificato e competente. Nel 2013 il 24% degli italiani trasferiti all’estero durante l’anno erano laureati, a fronte di un dato del 19% nel 2009 (OCSE) e il Rapporto “Education at a Glance 2014” sottolinea come fra il 2008 e il 2014 abbiamo perso capitale umano e competenze che ci sono costate circa 23 miliardi di euro. Per l’istruzione di ciascuno di noi, infatti, lo Stato investe una quantità ingente di risorse, come ci dice l’OCSE di Parigi: 6.000 dollari l’anno per le scuole materne, 8.000 per le elementari, 9.000 per scuole medie e superiori, 10.000 all’università. Sforzi non ripagati se molti di noi, una volta finiti gli studi, sono costretti ad andare all’estero per trovare opportunità in grado di valorizzare i frutti del proprio percorso di studi.
Le esperienze all’estero vanno incoraggiate e promosse, poiché in un sistema globale come quello odierno la nostra generazione, quella che va in Erasmus (quando può permetterselo) e gira l’Europa con voli low cost, deve avere un bagaglio di esperienze anche in realtà diverse dal proprio Paese, perché da questo ne risulta indubbiamente arricchita; la Regione Toscana ad esempio, all’interno del progetto regionale GiovaniSì, sostiene progetti di mobilità internazionale e work experience. Il problema è che queste partenze spesso non danno spazio alla possibilità di tornare e costruirsi un futuro qui e tantomeno siamo attrattivi da riuscire a creare un interscambio virtuoso con gli altri Paesi: noi regaliamo le nostre menti migliori all’estero, ma viceversa non siamo in grado di attrarre le eccellenze provenienti dagli altri Paesi; lo vediamo dai programmi Erasmus, ma possiamo vederlo anche in ambito lavorativo e nei dati delle assunzioni fatte dalle imprese.
E allora che fare? Dobbiamo rassegnarci o ci sono proposte concrete per invertire questa tendenza?
Non abbiamo la presunzione di avere la risposta giusta in tasca, ma abbiamo una certezza: non possiamo né vogliamo rassegnarci, e quindi proviamo a fare proposte e a stimolare il dibattito politico su questo tema.
Lo facciamo perché si tratta di noi, della nostra generazione e del nostro futuro, e quindi non possiamo appaltare ad altri questa responsabilità.
Crediamo che si debba riformare e migliorare il processo matching fra domanda e offerta di lavoro alla fine dei percorsi di studio universitari, cercando una contaminazione fra mondo delle imprese e mondo accademico che appare oggi ancora lontano. Ma dobbiamo anche iniziare a dire che il mondo imprenditoriale italiano non ha ancora investito veramente in processi di innovazione e competitività che puntino sul capitale umano, sui giovani e sulle competenze.
Infatti negli ultimi vent’anni, per larga parte, la competitività del nostro sistema economico e imprenditoriale non è stata garantita dagli investimenti in innovazione (sia di processo che di prodotto), in cui si cercava di essere sempre un passo avanti alla concorrenza, ma dalla ricerca costante di un equilibrio in cui, se necessario, si scaricavano i propri costi sui lavoratori e sulle loro retribuzioni; chi invece ha scelto di puntare sull’innovazione, ed in Toscana sono state molte le realtà che lo hanno fatto, è riuscito a reggere la crisi.
È questo uno dei problemi che dobbiamo risolvere se vogliamo essere in grado di ridare competitività al nostro sistema economico e permettere alle forze migliori del Paese di spendere le proprie competenze qui e non altrove.
La riforma del mercato del lavoro e l’abbassamento delle tasse per le imprese sono indubbiamente degli incentivi efficaci in grado di aiutare queste a superare la crisi e riprendere, lentamente, ad investire. Ma se questi provvedimenti non vengono accompagnati e guidati da un processo virtuoso in cui si creano le condizioni per percorsi produttivi che migliorino la competitività, puntino sulla ricerca e lancino nuovi prodotti e processi, queste misure risulteranno parziali e di breve periodo.
E i giovani italiani, quelli che si stanno laureando, quelli che fanno stage a 500 euro, quelli che fuggono all’estero, quelli che sono costretti ad aprirsi una partita IVA, hanno drammaticamente bisogno di riforme di lungo periodo. Di riforme che non guardino ai prossimi due anni, ma ai prossimi vent’anni.

Alessandra Nardini, Consigliera regionale Pd Toscana
Raffaele Marras, Segretario Metropolitano GD Firenze

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