Il nemico è chi si serve della democrazia anziché servirla.

Il nemico è chi si serve della democrazia anziché servirla.

Non appartengo a quanti contribuiscono a “fare le opinioni democratiche” di questo paese, ma sono un giovane cittadino italiano di 26 anni da tempo im...

Non appartengo a quanti contribuiscono a “fare le opinioni democratiche” di questo paese, ma sono un giovane cittadino italiano di 26 anni da tempo impegnato in politica, e come tale ho trovato nelle considerazioni di Alfredo Reichlin un messaggio potentissimo rivolto, in primo luogo, alla mia generazione. Con l’autorevolezza e la lucidità appassionata di chi ha attraversato e fatto un secolo, Reichlin ci ha ricordato che, nonostante tutto, “il midollo del leone” in democrazia sono e rimangono i partiti politici. Nonostante l’ingloriosa fine del Berlusconi IV, che pure era sorretto dalla maggioranza parlamentare più ampia della nostra storia repubblicana; nonostante lo tsunami che ha travolto la Lega nelle ultime settimane; nonostante le inchieste che gettano ombra sulle istituzioni regionali di Lombardia e Puglia; nonostante quanti, tra gli ‘stilnovisti’ del centro-sinistra, affermano che i partiti politici “hanno un sacco di soldi e zero idee” e che la loro “epoca è bell’e finita”. Una democrazia senza partiti, dunque, o una democrazia dai partiti più annacquati, meno ingombranti, meno presenti.
Probabilmente è quello che la pancia di moltissimi italiani, anche tra i più giovani,“sente”, con ormai quasi metà dell’intero elettorato incerto e una percezione diffusa dei partiti più come cani famelici che si spartiscono le carni di un già fragile Stato che come “moderno Principe”. Ma se questa percezione è ben palpabile e rischia di trasformare le amministrative di maggio in un referendum sulle organizzazioni partitiche, dobbiamo anche chiederci se essa corrisponda più a un ritratto o a una caricatura, grottesca e deforme, alimentata e auto-alimentantesi, della nostra democrazia. Ci sono infatti forze politiche, di diversa ispirazione, che per rimanere in piedi hanno esistenzialmente bisogno di un idolo polemico: è su questo che molti partiti ‘personali’ e movimenti hanno costruito la propria fortuna nel ventennio berlusconiano. Ma ci sono anche forze politiche organizzate che mirano a costruire, che, talvolta a fatica ma quotidianamente, fanno i conti col pluralismo interno delle opinioni–risorsa straordinaria e non mostro da estirpare –, che interpretano questo paese immaginando un futuro condiviso per tutti anziché custodendo egoisticamente un presente particolare di pochi. Le prime si servono della democrazia, le seconde servono la democrazia. E confonderle tra loro soltanto perché rientrano entrambe nella categoria “partito” significa consegnare un’arma potentissima nelle mani dell’oligarchia di turno, sia essa economica, politica o mediatica.
Difendere, come esorta a fare Reichlin, il valore e l’unicità della democrazia fondata sui partiti è una battaglia di coraggio e passione politica, ma è soprattutto un’operazione cruciale sul piano della cultura pubblico-istituzionale. Chi ci ha fatto credere in questa Seconda Repubblica che la vera democrazia non conosce mediazioni né filtri tra il “popolo” e il “leader” ha mentito, consapevolmente e con malizia, sia a sinistra sia a destra. La fascinazione populistico-plebiscitaria, che ha promesso di riportare la politica al popolo e il popolo in politica contro i partiti dinosauro e corrotti, ha in realtà sostituito il “popolo” con una massa informe, acclamante e omogenea, ha costruito miti e comunità immaginarie, utopie neo-medievali e leaderismi pseudo-mistici; il disincanto e il cinico realismo hanno invece suonato le corde più individualistiche, applicando la logica del mercato alla politica e separando il “cittadino” dall’“elettore” in nome del “me ne frego” . Entrambe queste Sirene, per ragioni opposte ma convergenti, hanno abituato gli italiani ad essere sempre meno esigenti e sempre più ostili e disinteressati verso la democrazia dei partiti. Hanno castrato i partiti, depotenziato la democrazia, semplificato l’universo, estremamente complesso e ricco, della rappresentanza politica. Che si alimenta, certo, anche di movimenti ed espressioni extra-istituzionali (purché non extra-legali!) della società civile, ma che, alla fine, trova il proprio cemento soltanto nei partiti, a patto che questi siano per i cittadini lo strumento per costruire, giorno dopo giorno e senza semplificazioni, la democrazia tanto dell’art. 49 quanto dell’art. 3.
Da qui io sono fortemente convinto che i ragazzi e le ragazze della mia generazione debbano tornare a fare politica, a impegnarsi in prima persona. Dentro i partiti. Non c’è niente di più bello che prendere la tessera di un partito quando ci si crede e abitarlo con passione e spirito critico ogni volta che si può. Ma per credere occorre conoscere, e si ha voglia di iniziare a conoscere soltanto quando si sente che di lì, inevitabilmente, c’è qualcosa del nostro passato e del nostro futuro. Negli ultimi mesi è “scomparso” Berlusconi, ma certo non il berlusconismo, e il nome di Bossi campeggiante a caratteri cubitali dentro il simbolo della Lega ancora sul palco di Bergamo ne è la testimonianza più vera. Ma non tutti i partiti vogliono suscitare la passione per una persona. Altri – pochissimi – preferiscono suscitare l’amore per un’idea e per un progetto ed esortare alla partecipazione ragionata piuttosto che all’adesione ferina. Questo è ciò che prova a fare il Partito Democratico, l’unica forza politica nell’attuale Parlamento ad avere il termine “partito” nel proprio nome, probabilmente l’unico partito a riempire questa parola, difficile eppure bellissima, di contenuto. Alle prese quotidianamente con il pluralismo delle opinioni, con una sana democrazia interna, dotato dell’organizzazione giovanile più ampia e radicata in Italia, presente sui territori (plurali anche questi, di contro al fantomatico “territorio”) non per costruire steccati ma per rimuoverli. Il PD è tutt’altra cosa rispetto alla Lega, un partito-famiglia; è tutt’altra cosa rispetto alle strutture di plastica del Pdl, un partito-azienda fondato su una concezione patrimonialistica delle istituzioni elettive; è tutt’altra cosa rispetto ai partiti personali di Di Pietro, di Vendola e al non-partito/para-partito di Grillo. Alle soglie della Terza Repubblica il rischio è di disegnare una nuova democrazia ancora sulla damnatio memoriae dei partiti. Il PD ha il compito di impedire che questo avvenga, dimostrando nei fatti cosa dovrebbero essere i partiti, contribuendo a re-iniettare nei loro arti anchilosati dinamismo, progettualità, lungimiranza e soprattutto umiltà.
Come Gustavo Zagrebelsky argomentava in un testo bellissimo scritto quasi vent’anni fa, agli esordi della Seconda Repubblica, ma attualissimo ancora alle soglie della Terza, la democrazia, quando è dogmatica o scettica, fondata sulla verità del leader o sulla realtà e sul disincanto che induce a delegare, è destinata nel lungo tempo a morire. La democrazia critica, che si alimenta della possibilità, del
pluralismo e della partecipazione, è un’altra storia. E deve tornare ad essere la storia di questo paese.

articolo pubblicato su Unità, scritto da David Ragazzoni

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