Il lavoro non è un diritto. Per i giovani anzi è un lusso.

Il lavoro non è un diritto. Per i giovani anzi è un lusso.

“Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”. Lo sanno bene i giovani italiani, per i quali le parole pronunci...

“Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”.

Lo sanno bene i giovani italiani, per i quali le parole pronunciate dal Ministro del Lavoro Fornero al Wall Street Journal (puntualmente rettificate) rappresentano una triste beffa, visti gli ultimi dati ISTAT sull’occupazione, resi noti il 2 luglio.

Secondo l’istituto nazionale di statistica la disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni, a maggio, si è attestata al 36,2 %, polverizzando in negativo ogni record precedente. Si tratta infatti del tasso più alto sia dall’inizio delle rilevazioni mensili (gennaio 2004) che da quelle trimestrali (ultimo trimestre del 1992). Spaventa, oltre al dato percentuale, la tendenza negativa, visto che rispetto ad aprile il tasso è aumentato dello 0,9 % (altro record storico). Se aggiungiamo che il livello di disoccupazione complessivo italiano è risultato in lieve calo (- 0,1%), il quadro della situazione giovanile in Italia emerge in tutta la sua drammatica complessità.

Sin qui i freddi dati, neppure troppo sorprendenti (peggio di noi in Europa solo Spagna e Grecia), pronti a confermarci che il prezzo più alto della crisi lo sta pagando la nuova generazione, schiacciata tra le esigenze di austerity dello Stato e il ristagno economico delle imprese.

Uno spreco di speranze, risorse e futuro che grida vendetta, troppo spesso considerato dai governanti un “effetto collaterale” della congiuntura economica negativa e di una presunta necessaria austerità. Col rischio che un’intera generazione di vite, talenti, cittadini resti esclusa dal circuito produttivo del Paese, in attesa che la crisi – da altri originata e mal governata – finisca.

E’ un rischio che non possiamo permetterci, che l’Italia non può permettersi, non resta tempo da perdere: è necessario considerare il serbatoio di giovani del nostro paese non più come un problema da risolvere, ma come una risorsa da utilizzare su cui far correre il rilancio del Paese.

E’ tempo d un cambio di passo: il Governo Monti, che pure è stato efficace nel contenimento degli sprechi e ha restituito all’Italia un ruolo internazionale, non ha saputo ridare slancio agli investimenti – in attesa degli effetti (presunti) del Decret(in)o Sviluppo –, né ha incentrato la sua azione sul rilancio di uno sviluppo nuovo, forte ed equilibrato, che liberasse talenti e capacità puntando sull’economia verde ed i settori ad alto contenuto di innovazione.

La stessa riforma del lavoro, recentemente approvata, pur contenendo miglioramenti su mobilità in entrata e centralità del contratto a tempo indeterminato, appare ampiamente migliorabile dal lato delle politiche attive del lavoro e del superamento del precariato (per non parlare della questione esodati, ma questa è un’altra storia).

Per questo siamo sempre più convinti che tocchi al prossimo esecutivo politico, e quindi al Partito Democratico, a capo di una coalizione di centro sinistra, riscrivere non solo le regole del mercato del lavoro, ma porre al centro dell’azione di governo il rilancio dell’occupazione giovanile, promuovendo tutte quelle misure che sono mancate negli ultimi anni.

Per far questo occorrerà ripartire dagli investimenti su scuola ed università, finora troppo spesso considerate voci di bilancio da tagliare: un Paese che non spende in formazione, ricerca e cultura è destinato inesorabilmente a spegnersi.

Ancora, non può esserci sviluppo senza riconoscimento del merito, da costruire partendo però dalle pari opportunità con l’aumento dei fondi per le borse di studio, né tantomeno è tollerabile il divario che ancora intercorre tra nord e sud Italia, con riguardo alle opportunità di studio e lavoro.

Società della conoscenza, scuola, università, merito, incentivi alla creatività e al talento, formazione professionale, investimenti sulla cultura, equità sociale: ce n’è abbastanza da costruire un manifesto concreto per i giovani, che sia anche un programma politico e di governo per l’Italia di domani.

Perché per ripartire occorrono gambe veloci.

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