I NUOVI MILLE – ovvero, avanti popolo!

I NUOVI MILLE – ovvero, avanti popolo!

A pochi giorni dal 150°, ormai il clamore è passato, le bandiere son sempre meno, le frecce tricolore nei loro hangar. Ed i leghisti in parlamento. La...

A pochi giorni dal 150°, ormai il clamore è passato, le bandiere son sempre meno, le frecce tricolore nei loro hangar. Ed i leghisti in parlamento.

La retorica e le celebrazioni lasciano di nuovo lo spazio alla realtà.

Eccola: l’Italia centocinquantenne ha il volto segnato da divisioni vecchie e nuove.

Il Nord ed il Sud, sempre più lontani, soprattutto per la speranza nel domani che chi ci abita può legittimamente nutrire.

Poi lo Stato e le mafie, che in quasi metà del Paese tolgono speranza e vita a chi alza la testa. E che nell’altra metà condizionano appalti, gestiscono traffici, riparati da costumi gessati e gemelli.

E poi la frattura tra i ricchi ed i poveri, mai lontani come al tempo della crisi, che trasforma i diritti in privilegi, casa e lavoro in chimere per molti.

La distanza tra chi vive di lavoro e chi vive di rendita, tra chi produce e chi scambia azioni on line, tra chi paga le tasse e chi evade.

Ancora, tra gli italiani e gli stranieri, che vivono e lavorano in Italia, senza esser cittadini e senza i diritti che questo porterebbe con sè.

Oppure, divisi ancora tra gli italiani che festeggiano l’Unità d’Italia, trovando in qualche modo l’orgoglio per un paese sfregiato e abbrutito, e quelli che se ne vanno nel bel mezzo delle celebrazioni.

Ancora poi, più recente, una frattura nuova ed evidente. Tra chi ha costruito quel mostro che è il nostro debito pubblico, scaricando su altri le proprie responsabilità. Chi ha dato vita ad un paese bloccato dalle raccomandazioni e dai privilegi, disinteressato e individualista, e chi in quel paese è nato e vorrebbe poter vivere del proprio talento e dei propri studi.

Tra chi investe in centrali nucleari e sperpera i soldi sdoppiando le scadenze elettorali, taglia i fondi all’università, alla scuola, alla ricerca, alle energie rinnovabili, alla cultura, ai giornali, e chi crede che il diritto allo studio e la formazione debbano essere strumenti di eguaglianza e crescita su cui investire.

Tra chi ha fatto precarietà della flessibilità, perchè i soldi li aveva spesi per comprar voti, e coloro cui si dice “ci dispiace, ma non è possibile”.

Tra un pezzo di paese geloso di uno status quo insopportabile per i più, ma conservato grazie a pochi, e chi, oggi, nasce e vivrà precario se va bene, disoccupato altrimenti, senza prospettive spesso se non quella di scappare all’estero, o esser  relegato alla dipendenza dai genitori o alla marginalità.

Eccola l’Italia di oggi. C’è poco da festeggiare. Ma tanto da fare.

Tra l’Italia di oggi e quella di domani, c’è una responsabilità enorme che dobbiamo esercitare, non possiamo essere complici.

E’ finito il tempo del disimpegno e del non scegliere, andiamo contro lo spirito del tempo e buttiamoci nella politica, che è bella, e serve.  Dimostriamo noi che può essere diversa .

Dobbiamo trasformarci da generazione che ha speranza in generazione che è speranza, per tutti.

I mille eran ragazzi, italiani e non, che hanno acceso il riscatto di un popolo sfilacciato e deluso.

Oggi avremmo bisogno di altri mille, per non lasciare al domani un’Italia divisa come quella di oggi, con in più una frattura: quella tra chi ha avuto un futuro e chi rischia di averne solo nostalgia.

Auguri, Italia.

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