Tra indifferenza e tolleranza. La tragedia del caporalato a 55 anni da Marcinelle.

Tra indifferenza e tolleranza. La tragedia del caporalato a 55 anni da Marcinelle.

Domenica i campi si sono svuotati. I “capi neri”, i caporali, ieri non hanno portato nessuno di loro nei campi. Non s’è fatta la sfialata quotidiana p...

lavoroDomenica i campi si sono svuotati. I “capi neri”, i caporali, ieri non hanno portato nessuno di loro nei campi. Non s’è fatta la sfialata quotidiana per il lavoro, chi va e chi non va.
Non s’è pagata la tassa per essere portati nei campi. Erano deserti, solo i pomodori a marcire sulle piante.
Il giorno prima a Nardò (LE) alla masseria Boncuri gli immigrati raccoglitori di angurie e pomodori hanno per la prima volta convocato un’assemblea autogestita.
Chiedono dignità, rispetto, un minino di condizioni igieniche e sanitarie nei locali dove dormono, quelle tende o le vecchie masserie abbandonate e pericolanti. Senza acqua calda, nè luce.
Chiedono il rispetto del tariffario provinciale per l’agricoltura, 5,98 euro per ora lavorata. Ora ne predono 3,5.
Sabato è morto un ragazzo  tunisino di 34 anni, anche lui sottopagato e sfruttato, raccoglieva pomodori. Ed ogni anno ne muoiono a decine, le famiglie li lasciano partire sapendo che potrebbero non tornare. Cadono nei pozzi, spariscono, spesso son quelli che si ribellano a fare questa fine. Ma tanti dopo di loro li sostituiranno.
Sono circa 550mila i lavoratori sottoposti al caporalato nelle campagne, e 150mila nel campo dell’edilizia.
Questi braccianti agricoli da ieri hanno deciso di farsi sentire. E noi non possiamo non stare dalla loro parte.
L’8 agosto sarà l’anniversario della tragedia di Marcinelle. Era il 1956 in Belgio, morirono 136 lavoratori italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. 13 furono i superstiti.
Quelle morti e i quasi 500 operai italiani che tra il 1946 e il 1955 trovarono la morte nelle miniere belghe, furono il risultato di un accordo tra lo Stato italiano e quello belga, che prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiano nelle miniere di carbone del Belgio. In condizioni terribili.
All’arrivo a Bruxelles venivano smistati nelle miniere del Paese, poi venivano accompagnati nelle “cantines”, le baracche che, gelide d’inverno e bollenti d’estate, avevano ospitato anni prima i prigionieri di guerra.
Il ricordo di quella tragedia, come le tante di quando gli italiani migravano in cerca di fortuna, sembrano oggi perdersi nell’indifferenza della cittadinanza e delle istituzioni, di chi ogni giorno percorre la statale senza curarsi di quei gruppi di ragazzi chini sui pomodori. O di chi nelle masserie va a comprare i pomodori per le conserve, senza contare che quei pomodori sono sporchi di barbarie e di sfruttamento. O semplicemente di chi vuole che costino poco e basta.
E quindi tollera illegalità e sfruttamento.

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