Torna di moda, per fortuna, la riforma del mercato del lavoro. Sbaglia chi si nasconde tentando di non affrontare l'argomento, come chi brandisce ideologie spacciandole per verità accademiche. Il rischio e' che in uno scontro superficiale si perda la dimensione del problema sottovalutando il peso che il deteriorarsi della condizione del lavoro e dei lavoratori ha avuto in questa crisi.
Eppure, proprio la questione del lavoro, al pari o forse più del debito pubblico, puo'essere essere la chiave per aprire le porta ad un modello piu' equilibrato di crescita in cui la trama non sia piu', come scriveva Judt, quella di un "mondo che si arricchisce mentre gli uomini vanno in rovina".
La crisi attuale ha molto a che fare con l'aumento delle disuguaglianze e la crisi del lavoro: nel Paese guida del capitalismo contemporaneo, gli Stati Uniti d'America, la quota di ricchezza in mano all'1% della popolazione piu' ricca non e' mai stata così alta come nel 1928 e nel 2007. Gli anni prima delle due grandi crisi.
La contrazione del reddito in mano ai lavoratori della classe media, quella che traina con i suoi consumi le economie, si e' bilanciata riducendo i risparmi e contraendo prestiti. Una montagna di prestiti, impacchettata, venduta e rivenduta, basandosi sulla presunzione di un aumento continuo del valore immobiliare. Presunzione errata quanto il moto perpetuo nella fisica.
I liberal americani (averne da noi di liberal così!) lo hanno ben chiaro, lo stesso Reich, segretario del lavoro durante la presidenza Clinton, punta dritto su un "nuovo patto di base" che rimetta al centro la questione del lavoro tentando di arginare lo svuotamento del ceto medio. Il punto non e' un mero dato numerico: creare più posti di lavoro e' importante, ma se la tendenza in atto negli ultimi anni continuerà, sempre più persone lavoreranno per stipendi inadeguati e si amplieranno ancora le disuguaglianze.
Ed in mancanza di un adeguato potere d'acquisto il ceto medio non potrà far girare l'economia: l'indebitamento ha i suoi limiti, 1928 e 2008 ne sono esempi.
Questo deve essere il faro se vogliamo che la riforma del mercato del lavoro possa essere utile al Paese, questo e' il punto cruciale se vogliamo dare risposte ad una generazione che l'art 18 non l'ha mai incrociato vivendo da protagonista l'impoverimento del lavoro.
I miei coetanei hanno visto "generazione 1000 €" al cinema, e adesso anche quel titolo sembra una chimera: partite IVA fasulle, stage-sfruttamento, contratti a progetto sottopagati o senza nessun progetto se non quello del ridurre al minimo i costi per l'azienda (pregiudicando pero' qualità e produttività), la totale assenza di ammortizzatori sociali, l'aumento dei lavori poveri (quelli che non ti danno abbastanza per viverne), la disoccupazione che sfiora ormai il 30%.
Mille euro al mese, e poi per chissà quanto, sembrano un orizzonte lontano. San Precario perga per noi.
Partiamo da qui allora, senza ideologie e discutendo nel merito.
E invece si parla di articolo 18. Lo fanno per i giovani, dice.
Solo che non ce l'hanno mai chiesto.
l'articolo è stato pubblicato oggi sull'Unità Toscana.