Caro Profumo ti scrivo..

Caro Profumo ti scrivo..

Questo è il testo della lettera che abbiamo consegnato giovedì a Pisa al Ministro Profumo, dopo averne letto un estratto durante l’iniziativa &#...

Questo è il testo della lettera che abbiamo consegnato giovedì a Pisa al Ministro Profumo, dopo averne letto un estratto durante l’iniziativa ” il sapere in fuga”__

 

“Il sapere é in fuga dal nostro Paese, non piu di quanto il nostro Paese sia in fuga dal sapere.Il movimento é duplice ed il passo svelto.

Da un lato i cervelli che vanno a cercare fortuna altrove, visto che qui, tanto nel mondo accademico quanto in quello lavorativo, le speranze hanno lasciato spazio alla disillusione ed il rendimento dell’investimento in capitale umano è svanito. Un italiano su due, di quelli che fuggono all’estero, è laureato. A fronte di una percentuale del 20% circa di laureati nella fascia tra 24-35 anni.

Dall’altro lato, pare essere il Paese a fuggire dal sapere: nel 2011 le immatricolazioni sono crollate dell’8%, mentre l’ideologia del merito picconava un pezzo alla volta il già debole castello del diritto allo studio azzerandone i finanziamenti. Il turn over nelle università veniva bruscamente rallentato, le speranze dei giovani ricercatori tradite, tolti gli strumenti alla ricerca.
Dopo gli anni dei precedenti governi, che parevano perseguire scientificamente lo scopo della distruzione del sistema di istruzione pubblico, abbiamo tirato un sospiro di sollievo con l’arrivo del governo tecnico, convinti che tanto sarebbe cambiato: che il sapere sarebbe stato rimesso al centro dell’agenda per il rilancio della crescita, il diritto allo studio sarebbe stato protagonista della riscoperta dell’equità e che almeno il rigore, dopo anni di tagli insostenibili, ci avrebbe a questo giro risparmiati.
Certo, la retorica gelminiana é sparita, si é rimarcato il valore del sapere e dell’università, si é ridato un po’ di linfa al sistema, abbiamo apprezzato, certo, ma non basta, non può bastare. Servono tante cose, dalla capacità di fare scelte strategiche a quella di intervenire con urgenza sui meccanismi anche piccoli che, come vediamo in questi giorni di agitazione dei precari della scuola, renderebbero migliore il nostro sistema.

Siamo consapevoli che la situazioni economica non renda semplici alcuni interventi, ma ci chiediamo come sia possibile non capire che l’Italia del domani o sceglie di ricostruire a partire dal sapere il suo apparato produttivo e l’organizzazione del lavoro, oppure non le resta che la via della decadenza.


E’ la distanza tra quello che avremmo voluto e quello che vediamo lo spazio in cui nascono le nostre domande:

– perché il “ce lo chiede l’Europa” diventa un mantra irrinunciabile se si parla di mercato del lavoro o pensioni, ma non quando chiede di elevare i nostri investimenti in ricerca e sviluppo o di portare  entro il 2020 al 40% la quota di laureati ferma ancora al 20%, proprio mentre introduciamo incomprensibili test d’ingresso nella maggior parte delle facoltà che bloccano l’accesso al saperenonostante il nostro Paese abbia la percentuale più bassa di immatricolati 19enni, solo il 29% del totale?


– perché i giovani diventano l’alibi per intervenire sull’età pensionabile e non per sbloccare il turn over, oggi fermo al 20% fino al 2014, e al 50% nei due anni successivi?

– perché di fronte al problema del finanziamento dell’Università non si è fatta un’analisi delle priorità trovando risorse adeguate nella fiscalità generale, decidendo invece di colpire gli studenti con l’aumento delle rette e della tassa regionale sul diritto allo studio?


– perché mentre gli editorialisti ci spiegavano quanto la piaga degli studenti fuori corso fosse tutta  italiana chiedendo di punire la loro pigrizia, non si è detto che sono i lavoratori-studenti la categoria più in voga tra i fuoricorso, seguiti dagli studenti lavoratori, ovvero da coloro che a causa delle mancanze del nostro sistema di DSU devono ricorrere a lavori saltuari, spesso a nero, per mantenersi gli studi?


– E perché invece di rincorrere la “responsabilizzazione degli studenti” attraverso un aumento delle tasse universitarie, non si è insistito perché le università si dotassero di strumenti utili  come l’iscrizione part time per accompagnare realmente i lavoratori che studiano, o aumentando le risorse al diritto allo studio, o costruendo una seria politica per l’orientamento se é vero che la maggior parte dei ritardi viene accumulata al primo anno?

– o ancora, perché alla stucchevole retorica del merito, portata avanti in questi anni dai suoi predecessori, non si è sostituito il duo “pari opportunità- merito”, chiarendo che le prime, che sono fatte di un sistema efficace di diritto allo studio (ad esempio oggi mancano 197mln per dare le borse a tutti gli aventi diritto) e di una più omogenea qualità dell’insegnamento sul territorio, sono precondizione essenziale perché il merito non diventi proiezione dello status economico di partenza.

Perché insomma, non si sono messi al centro della discussione la  conoscenza ed il sapere come diritti di libertà, strumenti di emancipazione e mattoni per costruire il futuro? E perché non si è lavorato per spingere università e mondo del lavoro a riavvicinarsi, favorendo percorsi adeguati sull’esperienza degli altri Paesi europei? Il governo ha ancora diversi mesi davanti, ed una finanziaria da scrivere a breve.


Le chiediamo di non cadere nella retorica spesso vuota della società della conoscenza, ma neanche di affidarsi ai prestigiosi editorialisti che in questi anni hanno applaudito alle riforme Gelmini ed oggi vogliono raccontarci che fare. Le chiediamo invece di ascoltare le voci, quelle si forti e reali, delle migliaia di studenti, dei ricercatori, dei giovani dottorandi e dei professori di domani. Ed anche quelle dei precari, dei disoccupati, insomma, di un pezzo d’Italia che vuole ripartire e chiede soltanto gli strumenti per farlo.

Le chiediamo insomma se non le sembra che tra le riforme “necessarie e fondamentali” come ne abbiamo improvvidamente chiamate troppe in questi mesi, non debba trovare posto questa: l’affermazione, concreta, che solo il sapere  possa essere lo strumento per uscire dalla crisi di produttività che il nostro paese attraversa da troppi anni, e che l’obiettivo di una rinnovata mobilità sociale vada perseguito legando il merito con le pari opportunità?


Questa non è una spesa. Ma il più grande investimento.”

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