BASTA TAGLI: COSTRUIAMO UN NUOVO MODELLO DI SCUOLA

Un paese non cresce a suon di tagli, né soprattutto cresce con i tagli alla scuola, scambiata di recente per una cassa comune. Sarebbe dunque opportun...

Un paese non cresce a suon di tagli, né soprattutto cresce con i tagli alla scuola, scambiata di recente per una cassa comune.
Sarebbe dunque opportuno rivedere il ruolo della scuola italiana e cercare di ridarle un valore che sembra perdere continuamente perché questa strada,che sia la conseguenza degli ultimi anni o il diretto modo d’agire dell’attuale governo, non è quella giusta.
Il tema è forte,concreto, profondamente importante per rinnovare il volto del paese intero: tagliare la scuola vuol dire infatti tagliare la possibilità di crescita dei giovani, tagliare lo stesso futuro, tagliare quelle radici da cui è necessario ripartire per non rimanere incastrati nel passato.
Passato che è evidentemente radicato nella scuola italiana non soltanto perché cadono clamorosamente i controsoffitti degli istituti e buttando l’occhio si trovano pareti di cartongesso e prefabbricati degli anni ’60, ma anche perché c’è un idea di scuola che non è proiettata in avanti, un’idea che vive di gerarchie, rigidità e che vede l’istruzione come una scuola di disciplina.
Non si capisce dunque come questa politica fatta di tagli possa combaciare con l’esigenze della scuola; il primo pensiero va infatti all’edilizia scolastica, che non può più essere lasciata in disparte.
C’è un problema effettivo con le strutture in cui nascono le scuole, perché sono tutte quasi sempre pericolanti e vecchissime, inadatte e incompatibili con la modernità; sono delle strutture in cui manca di tutto, dal materiale di prima necessità che è miseramente divenuto appanaggio di genitori e studenti fino ai laboratori attrezzati e funzionanti.
Ma perché allora non tenere una linea più vicina a quella europea?
Gli altri paesi europei ci stanno così vicini eppure si sentono così distanti che anzi si fa tutto tranne che investire sulla scuola, politica rivelatrice per chi come la Germania ha insegnanti che con un lavoro complessivo di 40 ore settimanali comprendenti ore di lezione ed impegni esterni percepiscono l’80% in più dello stipendio di un comune professore italiano di scuola superiore
A parte i tagli invece gli unici cambiamenti in atto riguardo al funzionamento dell’istruzione italiana sembrano essere riforme scolastiche distruttive e dannose per tutti, insegnanti compresi.
Insegnanti che mentre corrono per accaparrarsi un posto nel prossimo concorso da 11.542 posti, stanno anche per vedere rimodellato il proprio orario settimanale che passa da 18 a 24 ore.; il tutto senza un minimo aumento di stipendio si capisce.
L’opposizione è immediata: questo sembra essere l’ennesimo affronto alla scuola italiana e, sottolineano loro, anche alla dignità degli insegnanti; se infatti è vero che comunque già altri colleghi europei fanno 24 ore settimanali, anche se la media resta quella di 16,3, le loro ore sono di 45 minuti, a differenza delle nostre ore piene.
C’è un continuo inevitabile confronto con una realtà scolastica che non è la nostra e che ha sicuramente trovato il modo per essere centrale nella vita del proprio paese.
Dunque è questo quello è necessario fare, puntare a quella centralità e ad un modello di scuola che abbia come unico protagonista lo studente,che sia per lo studente.
Quello che c’è fino ad oggi è poco, è piuttosto una riforma che scritta così com’è stata presentata la prima volta attaccava gli organi collegiali e metteva in bilico la rappresentanza degli studenti e che apriva i bilanci scolastici anche ad enti privati.
La modifica degli organi collegiali, che vanno avanti con normative vecchie di cinquant’anni, è comunque attesa: i consigli scolastici devono essere composti da membri in rappresentanza di tutte le categorie scolastiche e gli studenti devono avere il ruolo dominante.
La nuova faccia della scuola italiana ha bisogno di essere accompagnata da un nuovo modo d’essere intesa perché è anche a causa di quei modelli che ci hanno proposto gli ultimi governi di destra che l’Italia ha uno dei tassi più alti di dispersione scolastica, che non è inclusiva ma anzi elitaria, aperta solo a chi se lo può permettere, efficiente solo per chi se lo può permettere. La scuola è diventata una via secondaria, dove non tutti partono dalle stesse opportunità e certamente non preferibile ad altre strade più facili.
L’idea che abbiamo di scuola è inevitabilmente opposta, perché sia un posto dove c’è confronto senza istinto di competizione, dove si va soprattutto per se stessi senza pensare a compiacere qualcuno che ci sta di fronte.

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